"L'estate di Giacomo", di Alessandro Comodin

l'estate di giacomoIl cinema può tentare ancora di scoprire. Immaginare un inizio, sentire la “prima” volta, balzare “prima” di ogni (ri)flessione teorica o cinefila. Tentare un’immagine “prima” insomma. E allora che cosa indica la frase “L’estate di Giacomo”? La bella stagione di un diciottenne, una vera esperienza di rinascita, il primo amore che travalica il tempo, persino il titolo di un film! E in fondo è questo il tratto veramente sorprendente dell’esordio sul grande schermo del giovane Alessandro Comodin: la sua piccola opera (premiata in molti Festival sparsi per il mondo, compreso il Pardo d’Oro – Cineasti del Presente allo scorso Locarno) scioglie ogni confine di percezione tra reale e fiabesco, fiction e documentario, pedinamento e costruzione scenica per farci vivere, respirare, “sentire” un’esperienza.

Il sentire nuovo è quello di un ragazzo (un vero amico d'infanzia del regista) subito dopo l’operazione all’udito che scaccia finalmente l’incubo della sordità, mentre l’esperienza è quella di un giorno d’estate in gita al fiume con Stefy… un’amica speciale. E il film è semplicemente questo: seguire con pudore e rispetto Giacomo e Stefy mentre si perdono nel bosco, trovano il fiume Tagliamento e il suo immersivo fascino ferino, e poi fare il bagno, rotolarsi in spiaggia, giocare, ridere e incontrarsi per la prima volta. Una danza di corpi immersi negli elementi che si sfiorano e si attraggono, si scontrano e si annusano, si trovano e si respingono come due bambini che scoprono il mondo e l’altro da se. Avvertire il Mondo da adulto con le orecchie di un neonato: Giacomo ha appena acquistato l’udito e può finalmente ascoltare la sua voce, il vento, le parolacce, la batteria percossa a tutta forza o il respiro di Stefania. E il film insegue questa educazione sentimentale alla vita e alle cose, un viaggio verso la crescita nella più tradizionale accezione del termine.

Comodin, però, rinuncia totalmente a narrare canonicamente una storia preferendo che il racconto si faccia da sé tra un piano sequenza e l’altro, come se Giacomo e Stefania fossero gli sceneggiatori sul campo sotto l’occhio di un regista/spettatore. Un film dove l’afflato documentaristico si stempera quasi immediatamente in una tensione tutta “cinematografica” verso la giusta composizione nell’ipnotica natura. La macchina da presa sa sempre prima ciò che accadrà, sa dove muoversi e dove “guardare” (in questo ricordando Le quattro volte di Frammartino), ma sa anche perdersi nel piccolo mondo di persone in perenne movimento come fosse l’occhio nomade di Corso Salani.

Qui si tenta di superare (rohmerianamente…) un apparente ossimoro: ambizione cinematografica estrema e semplicità di messa in scena più spinta. Una tensione, va detto, forse non del tutto calibrata nella sua aspirazione verso la “finestra sul mondo”, ma comunque capace di toccare corde molto profonde solo con le armi del cinema. Il primo piano di Stefy che finalmente sembra sciogliersi in una lacrima dopo la grande paura della sabbia nell’occhio: la ragazza apre gli occhi, torna a guardare e vede Giacomo che la rassicura. Una sequenza di un candore estremo e “violento”, che ci immerge con inusuale potenza nelle (sens)azioni di due giovani come tanti. Sequenza che fa da preludio al fluido sciogliersi del tempo (del film): successivamente verremo catapultati in un altro amore di Giacomo (chissà quando…), in un’altra estate e con un'altra ragazza che ha riacquistato l’udito e una voce per parlare. Ma se il tempo ha ormai rotto gli argini, rimane solo la bellezza estrema della soglia (del cinema? Della prima volta?): quel viaggio di ritorno in bicicletta di Stefy e Giacomo, un miracoloso equilibrio sul mezzo di due corpi immersi nel sole e nella calda sicurezza che almeno in un momento della vita si è stati veramente felici. Remember fifteen years ago dice la canzone che li accompagna…

Regia: Alessandro Comodin


Interpreti: Giacomo Zulian, Stefania Comodin, Barbara Colombo

Origine: Italia, Francia, Belgio 2011

Distribuzione: Tucker Film

Durata: 74'

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    Mi sembra che il film sia vittima di una distorta idea di 'docufiction' o pedinamento documentaristico dei eprsonaggi. Manca in quasi tutto il film una vera e propria narrazione. La poetica estrema di Frammartino è lontana anni luce da questo film largamente imperfetto, che si ricorda di essere cinema solo a un quarto d'ora dalla fine, dal bellissimo primo piano di Stefy che parla della felicità delle piccole cose fino alla conclusione. Ma è troppo tardi, per un'ora abbondante il regista mostra due personaggi senza riuscire a costruirli come tali, tediando a morte anche il più paziente degli spettatori

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    Ringraziamo x averci quasi rivelato il finale. A questo punto può raccontarcelo tutto

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    Ringraziamo il commento qui sotto x averci quasi rivelato il finale. A questo punto può raccontarcelo tutto

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    Non ho raccontato nessun finale, come scoprirai guardando il film

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    "di che parla?" "e daje, non ce raccontà er finale" a neri parenti, sei l'italiano medio perfetto. guarda il film prima di blaterare

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    "che si ricorda di essere cinema solo a un quarto d'ora dalla fine, dal bellissimo primo piano di Stefy che parla della felicità delle piccole cose fino alla conclusione"…non è infatti il finale, è la parte finale. June, il suo commento ormai provoca soltanto il consueto intasamento e poi si volatizza, pufff, nel vuoto, come tutti gli altri