Libro di Giona, di Zlatolin Donchev

Libro di Giona è un frammento di vita di Massimiliano Piccardo, un uomo ridotto a vivere dentro un auto. Prodotto dai fratelli De Serio, in concorso al Premio Corso Salani del Trieste Film Festival

Nel momento in cui Massimiliano Piccardo si trova a vivere dentro una piccola utilitaria perde la connessione con la realtà, l’insieme unitario delle percezioni, quel complesso convenzionale di elementi per comporre un quadro ragionevole del quotidiano. Un processo costitutivo ininterrotto, frutto di un lavoro di decifrazione e di adattamento dei segnali circostanti, seguente e successivo ad uno stadio iniziale normalmente caotico, indefinito. Questa trasformazione psicologica del personaggio, il suo ritorno nel regno dell’incognito, si materializza sullo schermo in una simultanea trasformazione fisica dovuta al degrado, colpa delle intemperie e di quella difficoltà, inevitabile, derivante dall’essere in balia degli eventi, sempre in strada, privo di comodità consolidate, con un minimo indispensabile per una rischiosa sopravvivenza. Impossibile non raccogliere il dato politico implicito nella storia pensando all’enorme problema dei senzatetto. Raccolto nel ventre della macchina, emulazione metallica del cetaceo di biblica memoria, Massimiliano trova conforto nella lettura e nel catturare delle immagini con un telefonino rudimentale. Proprio le fotografie sembrano essere quel piccolo contatto rimasto attivo con il mondo, scatti che ritraggono in prevalenza una parte di cielo, degli alberi, l’alba ed il tramonto dentro un eden bizzarro, il ritorno agognato ad un paradiso perduto nel fondo di una delusione. A ricordare come un precario stato emotivo sia una delle chiavi per esplorare l’universo sensibile e quanta bellezza estetica si nasconda dietro un pianto.

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Il film paradossalmente sconfina dal biografico tracciando la temporalità attraverso il susseguirsi delle stagioni, in un loop chiuso tra due estremi, senza intenzione di originare meccanismi esplicativi, escludendo appunto il prologo e l’epilogo. Dell’uomo chiuso in automobile saltano i riferimenti, le amicizie, gli amori, resta il nucleo dell’individuo, spogliato di un’identità secolare per tornare ad essere soltanto la matrice principale comune. Un embrione impalpabile, restituito spesso in itinere, avvolto dalla nebbia, dietro le ombre ingannevoli di un vetro, in uno specchio improvvisato o in chiaroscuro durante l’esilio, per passare ad un alta definizione quando giunge il momento di uscire dall’isolamento. Corpo illogico di un cinema in grado di creare trame anche laddove volontariamente le sopprime, lasciando decantare le sequenze in un gioco di composizione negativo. Il documentario dal punto di vista formale è un ibrido tra l’osservazionale ed il narrativo, ammette poche intrusioni voyeuristiche, camuffandole con il filo di una storia esile di entrata ed uscita dall’inferno della dissociazione. Ma resta imparziale con la rinuncia ad esasperare il tono drammatico, con la consapevolezza di una verità già sul punto di deflagrare, nonostante l’assenza di fuochi d’artificio.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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