Listen, di Ana Rocha de Sousa

Nel sottogenere di drammi familiari dedicati a genitori che cercano di riavere figli strappati loro via dal sistema, un piccolo canone esplorato negli anni sia dalle produzioni “alte” che dai canoni televisivi, Ana Rocha de Sousa esordisce con un piccolo film (che le è valso abbastanza sorprendentemente il Leone del futuro e il premio della giuria di Orizzonti) che non rinuncia alle stazioni abituali della via crucis (l’assistente sociale crudele, la rete segreta che aiuta nell’ombra e al di fuori dei vincoli della legalità, il monologo accorato della madre al processo finale…) ma le immerge nel punto di vista meno battuto di una bambina sorda, facendone dunque innanzitutto una battaglia linguistica. È un espediente che permette al film di raffreddare qualunque tendenza ricattatoria, alla ricerca di un’asciuttezza cronachistica che non si concede mai aperture, né alla risoluzione finale né nell’incipit strutturato in modo che lo spettatore possa effettivamente dubitare delle capacità genitoriali dei due protagonisti (la bambina ha dei lividi sul corpo e l’apparecchio acustico rotto “per una botta”, la madre nasconde i due piccoli dietro un bidone della spazzatura per andare a rubare in un alimentari…).

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L’intento è dunque quello di partire dalla zona rossa Loach/Leigh di appartamenti periferici di sovrappopolata disperazione, e traslare tutto attraverso una riflessione sulla lingua di Babilonia, i due protagonisti sono portoghesi come la regista, il figlio maggiore si ostina a parlare però inglese anche dentro casa, e la rigida ottusità del sistema britannico impedisce a madre e figlia sorda di comunicare attraverso la lingua dei segni durante gli incontri con gli assistenti sociali, perché “non è permesso scambiarsi messaggi con i gesti” (qui Listen lambisce la questione dei mancati riconoscimenti ufficiali delle lingue dei segni come morfologie, una problematica dibattuto pure dal sistema italiano). Anche il piano clandestino per far fuggire la famiglia in Portogallo è tutto un codice, un insieme di sotterfugi tra cellulari non rintracciabili, appartamenti misteriosi, incontri nel buio.

La piccola vede tutto attraverso l’obiettivo di una polaroid giocattolo che si fa punto di vista della mdp nelle soggettive, poi ovviamente si rompe, se la dimentica, Ana Rocha de Sousa gioca a dirci tutto mentre accade, ma allo stesso tempo tenta di non mostrarci nulla. Il film in questa maniera annulla davvero sé stesso, e probabilmente anche il proprio intento civile, al di là del farsi veicolo per le prove attoriali, va da sé soprattutto quelle femminili, la madre Lúcia Moniz e l’ex assistente ora dissidente Sophia Myles. Da un po’ di tempo sguardi stranieri stanno tentando di rinnovare o ibridare il canone proletario britannico di nuove suggestioni, ma a Listen preferiamo decisamente un esperimento molto più libero e magnetico come il recente, irresistibile Dirty God della danese Sacha Polak, in grado di ragionare in maniera ben più dirompente di Ana Rocha de Sousa sul remapping necessario sulle storie di periferia tra i quartieri-universo di Londra.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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