Blog OM – Subwoofer

A fine luglio ho partecipato ai tre giorni di A Sunday in the country dell’EFA, ospitati dal festival New Horizons di Wroclaw, in Polonia. La cineasta danese Sacha Polak è venuta a trovarci e a raccontarci il suo Dirty God, debutto della regista in UK e piccola hit dell’ultimo Sundance. Quando Damon Krukowski, nel suo strepitoso saggio Ascoltare il rumore (Big Sur, 2019) che ho finito di leggere proprio lì al fresco dei boschi, racconta della sostanziale inutilità dal punto di vista del suono di un’invenzione come il subwoofer, e per contro dell’efficacia prevalentemente fisica, di spostamento di onde d’aria, di questo amplificatore di bassi, tira in ballo con cognizione le profonde pulsazioni della dub, delle basi black da dance hall, di tutto quel suono meticcio che Londra portava con sé insieme ai suoi traffici e contrabbandi portuali e periferici, e che fece impazzire l’intera mappa musicale della città, dai Clash a Jah Wobble ad Asian Dub Foundation, per fare qualche nome. In questa accezione, Dirty God è davvero un film subwoofer, o un film dub, incentrato com’è sulle reazioni del corpo alle pulsioni esterne: la storia di Jade, sopravvissuta ad un attacco con l’acido da parte dell’ex che l’ha lasciata deturpata in viso, è una storia di rivolte innanzitutto fisiche, viscerali, agli assalti del mondo. Come nell’irresistibile Rare Beasts di Billie Piper visto a Venezia 76, Sacha Polak opera uno slittamento inaspettato nel canone dell’affresco sottoproletario britannico da Ricorda con rabbia a Mike Leigh, e di fatto trasforma il suo film nel manifesto della nuova scena musicale underground londinese, forte di brani tritaossa in soundtrack come quelli di RoxXxan, MC gender fluid di Birmingham che fascia una delle numerose sequenze in cui Jade e il suo giro di amici passano da un locale all’altro a muoversi e ballare su questi suoni che non hanno perso di urgenza, al massimo hanno mutato latitudine (le influenze mediorientali che si sostituiscono a quelle afro o tropicali, vedi la compilation London to Addis). È un film in cui da un momento all’altro ti aspetti che entri in scena una come Kate Tempest, poetessa, rapper e drammaturga che ha dato alle stampe un paio di anni fa il titolo più imprescindibile della nuova discografia british, Let them eat chaos. Tempest è tornata nel 2019 ad incidere un altro album clamoroso come The book of traps and lessons, ma ascoltate la potenza del suo spoken word soprattutto su Blood of the past, traccia della mastodontica space opera dei The comet is coming, Trust in the Lifeforce of the deep mystery (non fateveli scappare dal vivo! le pareti del Monk a Roma portano ancora i segni del loro passaggio…). Il leader delle Comete, il sassofonista delle Barbados Shabaka Hutchings, è un po’ il deus-ex-machina di questa stagione di nuove sonorità inglesi, e infatti instancabile dona il suo contributo anche alla playlist collettiva dedicata a Basquiat da 18 artists UK (Il brano, condiviso con Kojey Radical, si chiama No gangster). Ma se c’è una collaborazione che per me segna il 2019 di bassi britannici, è la strepitosa What am I to do? in cui l’Ezra Collective ospita il rap di Loyle Carner, dall’album della band londinese You can’t steal my joy. Loyle ha stupito la sua generazione di hip hop di South London con il precedente Yesterday’s gone, e il recente seguito, Not wawing, but drowning, ne conferma le doti di fuoriclasse della zona di confine tra suoni metropolitani e jazz imbastardito. La speranza è che le nuove storie del cinema britannico seguano questi subwoofer emozionali, come fa Dirty God (c’è un istante di liberazione danzante sotto il velo di un burqa che ha davvero lo stesso coraggio di alcuni di questi sforzi musicali): Too sharp too diligent Too black too militant Too light too assimilant Too bright too relevant dice Skinny Pelembe, sudafricano cresciuto a Doncaster, nel suo inno No Blacks, No Dogs, No Irish (dal fenomenale Dreaming is dead now). La lista di proprietà vitali dell’antagonismo sonico, e in tutti i sensi dal basso, a Brexit.

Articolo pubblicato originariamente su SentieriSelvaggi21st n.4

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