"Lo smoking", di Kevin Donovan

Mette in scena la gratuità del cinema Chan, la rappresenta con curve compositive che non di rado sfiorano il vero e proprio intreccio borgesiano per inscenare successivamente le tante scene primarie di cui si compone lo spettacolo.

Il corpo di Jachie Chan è una molla, un elastico, un dispositivo assolutamente cinematografico che il più delle volte manca volutamente ogni tipo di spessore narrativo, e soprattutto ogni possibilità di controllo registico. E' un compasso che disegna traiettorie impensabili (appunto perché sfuggenti ad un dominio oculare), sorvoli fantastici che non conoscono gravità, misura, spazio. In questo senso il suo cinema dei primi anni '80 (quello di A Project per intenderci) segnava applicazioni filmiche che stravolgevano in un certo senso la sintassi seriosa di opere apparentemente analoghe, per avventurarsi in giochi aerei in cui si confondeva il genere (dal melò, alla slapstick, tornando alle arti marziali acrobatiche) in un pastiche indiavolato di coreografie danzanti sempre mantenute in bilico su di un baratro (in questo senso A project e soprattutto Due cugini sono due esempi illuminanti di sbilanciamento folle lungo superfici non certo piane). In Lo smoking ci troviamo davanti al Chan americano, che fino questo momento non ci ha regalato granchè di nuovo rispetto ai suoi vecchi film (molti dei quali firmati anche come regista), anche se si tratta sempre di un cinema da segnalare per almeno due buoni motivi: anche quando Chan non compare ufficialmente come regista, sa comunque imprimere alla messinscena un ritmo ed un tempo assolutamente originale, e poi è sempre un piacere assistere alla trasformazione del canovaccio narrativo in scusa formale, veicolo surclassato già durante i titoli di testa e trasfigurato in azione che macina se stessa senza un'apparente logicità. Mette in scena la gratuità del cinema Chan, la rappresenta con curve compositive che non di rado sfiorano il vero e proprio intreccio borgesiano (dal punti di vista della produzione di labirinti gestuali che sono il racconto, l'intreccio, lo sviluppo), per inscenare successivamente le tante scene primarie di cui si compone lo spettacolo, svuotate di ogni appeal riflessivo, date soltanto per quello che appaiono alla prima occhiata. E poi c'è tutta una tradizione da ri-dare in pasto alla visione (quella della commedia classica americana, fino a giungere ad ibride contaminazioni con buona parte del cinema asiatico dei '70), qui centrata nello smoking del titolo quale trasgressione alla regola (il protagonista ha l'obbligo di non toccare lo smoking del suo capo) ed elettrizzata da movimenti che aboliscono sin da subito il set che pare quasi sfaldarsi in preda ad una convulsione nervosa che ce ne restituisce quasi soltanto detriti sparsi. Dopo i non esaltanti Rush Hour e Colpo grosso al drago rosso, qui Chan pare aver ripreso in mano le redini del gioco (specialmente per quanto riguarda la voluta miscellanea di registri differenti), per collocare i meccanismi di fruizione lungo velocità spinte al limite.

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Titolo originale: The Tuxedo
Regia: Kevin Donovan
Sceneggiatura: Micheal Leeson, Micheal J. Wilson
Fotografia: Stephen F. Windon
Montaggio: Craig Herring
Musiche: Christopher Beck, John Debney
Scenografia: Paul D. Austerberry, Monte Hallis
Costumi: Erica Edell Phillips
Interpreti: Jackie Chan (Jimmy Tong), Jennifer Love Hewitt (Del Blaine), Jason Isaacs (Clark Devlin), Debi Mazar (Steena), Ritchie Coster (Diedrich Banning), Peter Stormare (Dr. Simms), Mia Cottet (Cheryl), Romany Malco (Mitch), Daniel Kash (Rogers), Jody Racicot (Kells), Boyd Banks (Vic), James Brown (se stesso)
Produzione: Dreamworks Skg-Blue Train Productions-Vanguard Fim Production
Distribuizione: UIP
Durata: 98'
Origine: USA, 2003

 

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