#Locarno69 – The girl with all the gifts, di Colm McCarthy – Piazza Grande

il film di apertura di Piazza Grande è fantascienza umanista, pienamente dentro le ossessioni contemporanee, ma guarda a Childrens of men e agli zombi romeriani, senza trovare una chiave personale

Anno dopo anno, la piazza grande di Locarno, epicentro emotivo del Festival, continua a conservare il suo fascino. Le luminarie pardate riflesse sui palazzi, il cielo stellato e la folla di fedelissimi spettatori sono sempre lì, malgrado i controlli siano più intensi, a lasciar intuire una paura, poi confermata dalle parole del Presidente Solari, che condanna dal palco, durante la cerimonia d’apertura, i fatti di Rouen e si rivolge addirittura alla Madonna del Sasso per vegliare sulla manifestazione ticinese…

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Ha quindi senso aprire la kermesse con un’opera che proprio di questi timori contemporanei racconta. Di affamati, tramutati in zombi sanguinari da un fungo che continua a propagarsi rapidamente, che assediano le città cercando di divorare i pochi umani superstiti. Scenario distopico, di quelli a cui la fantascienza britannica pare essere particolarmente attenta, con serie come Black Mirror, pronte a mostrare il lato oscuro e malvagio di ciò che ci circonda quotidianamente.
Adottando il punto di vista della piccola Melanie, il film parte dalla sua routine di prigioniera in una base militare, dove ha imparato a chiamare per nome i soldati che la guardano a vista, ricordandogli a volte la stessa procedura, e dove suscita l’interesse di due madri putative e complementari, la dolce insegnante Gemma Arterton, che le offre l’evasione della narrazione, con la lettura di miti greci, e la scienziata Glenn Close, che ne affina le capacità logiche con indovinelli sempre più complessi.
Perché Melanie, nella una metafora fin troppo scoperta che il film porta avanti, è Pandora, portatrice di tutti i mali del mondo, ma anche capace di trovare in fondo al vaso distruttore la speranza necessaria per andare avanti, nonostante tutto.

the girl with all the gifts cover

Quella di Colm McCarthy, autore televisivo in forza alla Bbc, per cui ha diretto serie cult come Doctor Who e Sherlock, è quindi una fantascienza umanista, che ha come fine primario riposizionare un’umanità perduta o in pericolo al centro dei disegni politici ed economici. Al di là dei colori, delle razze, appoggiando il punto di vista del diverso, come la sua letale ma dolce protagonista, di chi, insomma, pur facendo del male, tenta soltanto di sopravvivere. Ma se The girl with all the gifts è un’opera a suo modo coraggiosa, proprio per il tentativo costante di adottare un punto di vista alieno sul concetto di invasione – quel “il mondo non è finito, soltanto non vi appartiene più” con cui la ragazzina batte, a rigor di logica, le certezze della scienziata – le modalità del racconto sono invece più banalmente rassicuranti, in rottura con l’ideologia complessa e controversa che sembra animare il film.

McCarthy si adagia, infatti, su un immaginario fin troppo noto, quello degli zombi romeriani, delle sue masse cieche, o di tutta la la serialità vampiresca, con il rituale della frenesia della fame e del successivo appagamento, risultando involontariamente comico quando prova a creare un proprio universo, sprecando la trovata potenzialmente efficace degli enfants sauvages, cresciuti orfani per aver divorato le viscere delle proprie madri.
E se qua e là si intuisce il desiderio di ricreare le atmosfere post apocalittiche ma ancora profondamente umane di Childrens of Men, il confronto con il film di Cuaron rende lo scacco dell’operazione ancora più evidente, perché in dieci anni  non aggiunge nulla a un messaggio che appariva già allora chiaro e lucidissimo.