Lone Survivor, di Peter Berg

– Americano?

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– Texas.
– Americano?
– L'America è Texas, sì.

Lone Survivor è senza ombra di dubbio il film migliore di Peter Berg, e lo riporta ad atmosfere più simili all'importante pamphlet The Kingdom, che ai due megablockbuster che gli avevano fatto seguito, Hancock e Battleship, sicuramente meno personali per quanto ad ogni modo riusciti. L'incipit sembra non discostarsi troppo dall'atmosfera cameratesca cara all'autore, padre della serie-capolavoro sugli spogliatoi del football universitario, Friday Night Lights: il Team 10 dei Navy Seals ammazza il tempo goliardicamente nel proprio accampamento in Afghanistan, fino a quando non viene loro assegnata una missione, l'Operazione Red Wings del 28 giugno 2005, volta a catturare il pericoloso capo talebano Ahmad Shah.
E' l'inizio di una lenta carneficina tra le rocce dell'inospitale, spigolosa montagna Sawtalo Sar: assediati e braccati dalle forze ostili, i soldati USA cadono uno alla volta preda degli agguati e degli assalti ripetuti e senza sosta degli spietati nemici assetati di sangue. All'immenso Mark Wahlberg, qui davvero una volta per tutte assimilato ai grandi volti classici dei duri coriacei dallo sguardo pieno di dolore del cinema americano, il compito di resistere, avanzare, testimoniare: e il film si fa tra le altre cose attraverso l'attore anche impossibile prequel del magnifico Shooter di Antoine Fuqua.

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Peter Berg gira così il war movie contemporaneo definitivo, afflato propagandistico compreso, che unisce il reportage di guerra di Hurt Locker della Bigelow alla via crucis di Rescue Dawn di Herzog, l'animalesca lotta per la sopravvivenza di Essential Killing di Skolimowski alla guerriglia fantasma di Rambo II di Stallone/Cameron/Cardiff/Pan Cosmatos, la battaglia senza tregua del Ridley Scott di Black Hawk Down e lo stesso Scott di Nessuna Verità nel finale con il salvataggio dal villaggio. Per farlo, aggancia l'abituale ampio respiro di una regia decisamente carica ad un'operazione di lucidissima, estrema spoliazione dell'apparato convenzionale del cinema bellico/d'azione, di fatto lasciando a vista la struttura a stazioni da raggiungere o fatalmente mancare, la reiterata e letterale caduta verticale dei personaggi nell'istante di maggior pericolo (fatal flaw dicono i teorici della sceneggiatura), l'annientamento scientifico dei corpi delle star (Emile Hirsch, Ben Foster, l'attore-feticcio Taylor Kitsch) come nelle più alte vette del cinema autoriflessivo dell'ultimo periodo.

Per poi concentrarsi sull'ennesimo percorso cristologico del lone survivor, nuova solitaria passione di morte e resurrezione che pare accomunare la parabola del Marcus Luttrell di Wahlberg a quelle di Robert Redford in All is lost e Sandra Bullock in Gravity. Ma forse il parente più stretto del soldato Luttrell è invece a conti fatti il Capitan Phillips del clamoroso film di Paul Greengrass: quella montagna di roccia che nasconde talebani armati dietro ogni cespuglio non è in realtà campo aperto più di quanto non lo sia la scialuppa di salvataggio sotto il controllo dei pirati somali, in cui Tom Hanks si ritrova prigioniero – e il giorno senza fine di Peter Berg in alcuni istanti davvero sembra assomigliare alla notte sotto il fuoco e fuori fuoco del manifesto avanguardista di Greengrass, l'insuperato Green Zone.

Titolo originale: Id.
Regia: Peter Berg
Interpreti: Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Emile Hirsch, Eric Bana, Ben Foster, Alexander Ludwig, Scott Elrod, Rohan Chand, Ali Suliman
Origine: USA, 2013
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 121’