"L'ultimo terrestre", di Gian Alfonso Pacinotti

L'ultimo terrestre

Sguardo alieno sul mondo. Visione entomologica su cose, fenomeni, persone e persino sentimenti. Tutto irrimediabilmente ammantato da quella indifferenza (tele)visiva  che regna sovrana nella società postcapitalistica di jamesoniana memoria. E allora devono sbarcare gli alieni anche nel cinema italiano – proprio qui, nella patria neorealista – smascherando quella solitudine cosmica che ci rende tutti alla stregua di un ultimo terrestre. Noi credevamo diceva lo scorso anno Mario Martone; noi non ci crediamo proprio più (neanche al cinema?) sembra dire quest’anno Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi. In questo esordio alla regia del noto fumettista pisano infatti – che qui adatta per il grande schermo la graphic novel Nessuno mi farà del male del collega Giacomo Monti – la minaccia aliena viene annunciata dalla radio (alti riferimenti wellesiani) già nei titoli di testa, piombando su un panorama dominato da calciofili incalliti, famiglie felici relegate solo su cartelloni pubblicitari e fumosi Bingo di periferia dove si consumano gli ultimi scampoli di vitalità.

 

E allora il vero alieno del film non può che diventare il protagonista Luca, inseguito dalla macchina da presa di Gipi che ci scorta in quell'universo parallelo e grottesco così tipico delle nostre periferie metropolitane. Intenti smaccatamente socio-antropologici, filtrati dall’allegoria dello sbarco sulla Terra di esseri pacifici spielberghiani ormai archetipizzati dalla nostra cultura di massa e che si limitano semplicemente a fare da spalla/specchio ad un’umanità tristemente disinteressata  (Welles e le sue guerre dei mondi non spaventano più nessuno), persa com’è nella più completa indifferenza. Ottimo spunto, ma è già qui che il film si arena: nell’interfaccia cercata e non trovata tra la complessa materia di partenza e una messa in scena che tende costantemente a castrare lo sguardo di uno spettatore drammaticamente passivo. La regia di Gipi tenta (sin da subito, sin dal primo piano sequenza che parte dallo spazio e scende sinuoso sino all’auto del protagonista) di istituire un regime dello sguardo alieno sulle cose del mondo, fermandosi però irrimediabilmenteL'ultimo terrestre sulla soglia del cinema rimanendo ancorata ad una fruizione filmica da graphic novel. Una prospettiva dall’alto verso il basso (il lettore che legge un libro) e mai a misura d’uomo (la visione spettatoriale “proiettata” verso uno schermo vivo) che fatica terribilmente a far respirare un film rinchiuso in un’esperienza prettamente intellettuale e quasi mai emozionale.

 

Il regista Gipi insomma (che dimostra comunque un gusto non comune per l’inquadratura fine a se stessa, eredità del fumetto) non si sporca mai le mani, non irrompe mai nella pelle e nello stomaco della materia che sta trattando e non riesce purtroppo a cogliere l’occasione concessagli da un’idea di base a suo modo bella e originale. Mutuando estetiche ormai consuete nel giovane cinema italiano (da Sorrentino a Molaioli per fare solo due esempi) e affidandosi all’interazione costante tra recitazione straniata, musica e stacchi di montaggio fulminei che dettino sempre dall’alto la punteggiatura dello sguardo. E allora anche il surreale rapporto tra la femmina aliena e Roberto Herlitzka, oppure le riflessioni opportune ed attuali sulla mercificazione della diversità intesa in ogni accezione possibile, diventano solo interessanti stripes mai capaci veramente di decollare e farsi film. Di creare movimento e farsi Cinema.