L’urgenza di uscire dalla finzione. Il documentario secondo Mateo Zoni

Io mi complico molto la vita, rispetto a come si fa abitualmente. Cerco di raccontare cose diverse, fare cose diverse“. Nato a Parma nel 1979, il regista Mateo Zoni è stato ospite di Sentieri Selvaggi, in una lunga chiacchierata che lo ha visto ripercorrere, a ritroso, i suoi passi da cineasta anomalo, capace com’è di spaziare tra differenti linguaggi e generi, avendo però sempre ben chiara la funzionalità massima di ogni opera: coinvolgere il più possibile lo spettatore, in qualsiasi modo. Dopotutto, dirà a un certo punto, riassumendo la sua filosofia:”Nel cinema non m’interessano le storie, ma come vengono raccontate“.

Esempio più lampante e, allo stesso tempo, più estremo del suo cinema è proprio il suo ultimo lavoro, che, almeno tecnicamente, cinema non è: il nuovo allestimento de La Straniera di Vincenzo Bellini, in cartellone al Maggio Fiorentino e diretta da Fabio Luisi, di cui ha curato la regia.

Nel raccontare l’ideazione della particolare messinscena, che si distingue per l’unione di umori espressionisti e di un reinventato immaginario medioevale, Zoni chiarisce innanzitutto, il proprio rispetto per il materiale originale, che non ha comunque minato la sua creatività: “Bellini fa un riferimento al 1200, quindi a un secolo prima. Se a lui per primo non importava la verosimiglianza, perché doveva essere un cruccio per me? Se uno ambienta una storia in un Medioevo in qualche modo fittizio, non può prescindere da come viene visto nell’immaginario collettivo contemporaneo, che è anche quello di Game of Thrones. Tra l’altro mi ha detto il costumista, (Stefano Ciammitti, ndr) pupillo di Piero Tosi, che, secondo lui, è stata semmai la costumista di Game of Thrones a copiare i costumi de La Straniera…Ma questo (ridendo, NDR) lo vedranno poi in tribunale”.

Quello che diventerà un vero e proprio leitmotiv dell’intero incontro è l’umiltà che il regista cerca di immettere nel suo approccio alla regia, in secondo piano rispetto alla buona riuscita del prodotto finale: “Diversamente dal cinema, nell’Opera la regia viene molto dopo. C’è prima il compositore, Bellini appunto, poi il librettista e il cantante. Mentre nel cinema il regista ha ancora un ruolo molto importante, nella messa in scena di un’Opera deve avere umiltà, la chiave è quindi ascoltare le esigenze di tutti“.

Tutti gli elementi, però, dalla regia ai costumi fino agli attori, devono sottostare alla musica, fondamentale tanto nell’Opera quanto nel cinema, anzi per quest’ultimo paradossalmente, secondo Zoni, anche di più: “Io credo che il cinema sia molto vicino alla musica, più ancora del teatro di prosa o della letteratura. Per me è stato sempre predominante, penso al ritmo del montaggio. Io son sempre stato appassionato di musica, di Opera, e questo lo metto sempre nei film.”
E ricordando i principali riferimenti cinematografici che hanno formato la sua visione – “quelli del cinema classico, tutti loro. Poi ci sono registi che hanno fatto l’Opera in tempi più recenti, come Visconti. […] Lo spettacolo prima del cinema era l’Opera“- chiarisce cosa lo ha attirato maggiormente del progetto, che ben si sposa alla sua già citata preferenza per il come rispetto al cosa: “L’Opera mi piace, è come un musical, uno show fine a se stesso. Non conta tanto la trama, spesso le trame sono assurde, quello che tiene insieme tutto è la musica“.

Riguardo a un’inversione di rotta, dai giovanissimi protagonisti di Ulidi e Il club dei 27 – che gli sono valsi dalla critica accostamenti truffautiani, quale sensibile interprete delle turbolenze adolescenziali – a un pubblico certamente più maturo come quello del Maggio, Zoni afferma: “Noi siamo più conservatori in Italia. All’estero all’Opera ci vanno anche i giovani. Qui è associata alla vecchiaia, mentre il suo linguaggio musicale è di grande modernità.
Il bello di tutto ciò è che raccontando una cosa così lontana nel tempo, alla fine puoi parlare dell’oggi
“.

Rappresentazione diretta della volontà di Zoni di unire antico e moderno è il suo secondo film, Il Club dei 27, in cui, utilizzando la formula ibrida della docu-fiction, racconta la storia di Giacomo Anelli, un quattordicenne melomane che vuole entrare, appunto, nel “club dei 27”, una cerchia ristretta di appassionati di Giuseppe Verdi, che impersonano ciascuno una delle 27 opere lasciate in eredità dal Maestro.
Continuando a seguire il mantra del “complicarsi la vita”, insieme al direttore della fotografia Daniele Ciprì (suo collaboratore anche per La Straniera), Zoni decide di sovrapporre la storia del piccolo Giacomo alle immagini di repertorio dell’Istituto Luce dei più prestigiosi teatri, nel momento di massimo splendore della lirica in Italia:”Ho passato intere notti all’archivio Luce a visionare i materiali, che poi abbiamo rimontato e restaurato. Alla fine quello che avevo selezionato era quasi il doppio di quello che ho utilizzato. Ma bisogna avere il coraggio di non affezionarsi a niente, tutto dev’essere in virtù del racconto. Oggi poi è facile fare una bella ripresa, ma bisogna avere il coraggio di stare più fermi“.


Il progetto, d’altro canto, nasce proprio da un lavoro commissionatogli dall’Istituto Luce sulla figura di Giuseppe Verdi:”Non sapevo che taglio dargli, perché Verdi è stato raccontato in tutti i modi. Sono andato allora in questo Club dei 27, che esiste davvero a Parma. E anche loro, però, non essendo studiosi o cantanti, non avevano molto da raccontare. Se non quando uno di loro, Aida, mi ha parlato di questo bambino che si era fatto cucire una divisa come la loro, con tanto di stemma, e che quotidianamente provava ad essere accettato nel club. Allora mi son detto: Ecco, questo potrebbe essere interessante, vediamolo. E dall’incontro con Giacomo è nato il film“.

La figura e il carisma eccezionali del piccolo Giacomo arrivano infatti a reggere l’intera pellicola, tanto che in molti ancora oggi continuano a chiedergli quanto sia stato ricostruito, attorno a lui, e quanto sia invece vero:”Per me è abbastanza elementare: è impossibile istruire un bambino di quell’età così bene. Lui è proprio così ed per questo che ci abbiamo fatto un film“. Certo, l’idea di basare un intero progetto su una singola persona, sulla carta rimane “pericoloso. Perché all’inizio non sai mai se il film ci sarà davvero. Come per Ulidi, solo quando Paola si è “sbloccata”, il film è nato“.

Paola è, appunto, la protagonista di Ulidi, piccola mia, film d’esordio di Zoni, in concorso alla 29esima edizione del Torino Film Festival.

Ispirato dal libro di Maria Zirilli, “Fuga dalla follia. Viaggio attraverso la legge Basaglia, in questo documentario il regista segue le settimane precedenti al diciottesimo compleanno della ragazza, che ha trascorso gli ultimi quattro anni lontano dalla famiglia, in comunità, non potendo e non volendo tornare a casa.
Figlia di una donna musulmana e di un contadino, si trova infatti divisa tra due culture molto diverse tra loro. In più, si ritrova costretta ad affrontare, proprio nel corso delle riprese, tutte le difficoltà legate alla fine dell’adolescenza e all’ingresso nell’età adulta, in seguito ad un lungo periodo di sofferenza.

Con Ulidi, piccola mia Zoni è stato infatti protagonista degli albori di quella sorta di “rinascita del cinema del reale” che ha fatto irruzione nelle sale italiane intorno agli anni Dieci, con uno dei prodotti più veri e meno ricostruiti tra i documentari dell’epoca:”Sì, Ulidi era uno dei primi, forse. C’era l’urgenza di uscire dalla finzione. Questa cosa ha avuto un bello sviluppo negli anni a venire, perché poi ne sono stati fatti molti. Io non ho mai preso in considerazione l’idea di “ricostruire”, come fanno in molti in Italia“.

Il regista ricorda ancora nitidamente quel debutto, segnato anche da un certo scalpore:”A Torino fu molto amato dal pubblico anche se non vincemmo nulla. Ricordo che molti critici erano “incazzati” proprio per questo modo “libero” di raccontare e si scagliarono contro il film. Direi che, invece, più passa il tempo più viene capito“. Molti addetti ai lavori storsero il naso anche per la giovane età delle protagoniste:Mi diedero dello “sfruttatore” di minorenni… invece io mi misi al loro livello. Quando ho visto queste ragazzine di sedici anni, mi son detto: chi sono io per riprenderle, dirigerle? Mi sono fatto guidare da loro e secondo me è stata la scelta giusta“.

Raggiungere quel grado di intimità, in cui tutto risultasse “spontaneo, senza nulla di falso”, non è stato affatto facile:”Ulidi l’ho girato in un determinato momento, senza praticamente un budget, è stata un’avventura, ma irripetibile adesso. […] Eravamo in tre, una troupe piccolissima però fondamentale in una situazione del genere perché dovevamo essere pochi, non invasivi“. Tutto questo lavoro è testimoniato dal frammento finale della pellicola, in cui vediamo Paola passeggiare insieme alle amiche, in cui appare totalmente noncurante della presenza della macchina da presa, pur rivolgendovi lo sguardo:”Quello è il momento massimo del documentarista. Lì sei arrivato a un punto che non t’importa più niente, della tecnica, della messa a fuoco, perché è vero, sei lì“.

Da allora, era il 2011, molto è cambiato, tanto in Zoni regista, tanto nel cinema stesso:”Quello che rimane per me è il linguaggio cinematografico. Quando ho fatto Ulidi avevo la possibilità di raccontare quello che era il mio mondo, a portata di mano. Quando uno cresce, poi, uno ha bisogno di raccontare altro.

A proposito del suo prossimo progetto, infatti, rivela che avrà”riferimenti all’horror nuovo e ai noir classici che piacciono a me“, sempre coerentemente alla sua idea di non essere associato sempre a un unico genere. Un’apertura artistica che si rispecchia anche nelle sue posizioni verso le nuove piattaforme che, ragionandoci, ben si prestano al suo cinema: “Devo dire che i film che ho fatto durano poco, e questa è una bella cosa. Molto spesso i film durano tantissimo oggi, e annoiano terribilmente. E invece questi sono film brevi che sono anche piacevoli da seguire“. A differenza, quindi, di tanti suoi colleghi, non vede affatto Netflix & co. come una minaccia, anzi:”Io penso che non debba esserci limite alle nuove modalità di fruizione. È giusto che ci sia la sala, ma anche cose nuove […] Penso che la sala rimarrà anche perché c’è un’esigenza umana di uscire e andare al cinema, è una cosa innata che continuerà“.