M’berra: il desert rock che viene dal campo profughi

L’ultimo disco di Raffaele Costantino (DJ Khalab), suonato dai musicisti di un campo profughi africano, è un’opera a metà tra desert rock e musica tuareg. Special guest Adriano Viterbini

Quando a fine Ottobre 2016 il campo profughi di Calais, il più grande di Europa per numero di migranti (9106 persone avevano trovato rifugio in quell’inferno di fango e lamiere) fu sgomberato da un intervento deciso delle forze di polizia francesi molto commentatori italiani si trovarono sorpresi della presenza in quell’accampamento di una moschea, di una chiesa, di una libreria e perfino di un teatro. Non bisognava essere operatori umanitari per immaginare che l’uomo replicasse le proprie forme di socialità all’interno di qualunque microcosmo, perfino all’interno di un accampamento atto ad ospitare chi scappa dalle guerre e della fame.

E proprio all’interno di un campo, esponenti di popolazioni molto diverse tra loro possono avere l’occasione di dialogare creando esperimenti culturali imprevedibili. L’ultimo disco di Raffaele Costantino, una delle voci più apprezzate di Rai Radio 2 col suo programma Musical Box ma soprattutto dj e produttore, si chiama M’berra ed ha la particolarità infatti di essere stato suonato dai musicisti temporaneamente residenti in uno dei tanti campi profughi africani. L’album, disponibile dal 23 aprile su etichetta Real World distribuito Universal, è forse il coronamento del percorso artistico di DJ Khalab – questo il nome d’arte scelto da Costantino come terra di mezzo tra la nativa Calabria e il Mahgreb dei suoi interessi musicali – che negli ultimi anni si è spostato dallo studio della black-music contemporanea a quella del continente africano. M’berra è un disco nato dal viaggio del poliedrico artista in un campo profughi nel sud-est della Mauritania, nel 2017 e dalla collaborazione con i musicisti del posto da lui fatti convergere, come co-autori dell’album di dodici tracce, nel “M’berra Ensemble”.

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Come racconta in questa intervista lo stesso Costantino, la genesi del progetto è nata quasi per caso: “Anni fa durante una riunione con Intersos (organizzazione umanitaria, NdA), per cui mi occupo di fare consulenza musicale, mi raccontarono che c’era questo campo in Mauritania al confine con il Mali. Dentro erano ospitati moltissimi tuareg, rifugiati dalla guerra civile in Mali. Stavano da così tanto tempo in questo campo (una ventina d’anni) che dentro si era creata una vera e propria scena musicale. Anche perché ospita cinquantamila persone, è più popoloso della maggior parte dei piccoli comuni italiani“. Abbandonato l’iniziale intento di fare un reportage sulle numerose band presenti nel campo, DJ Khalab sceglie invece di metterle insieme facendole interagire tra loro e coi campionatori e i synth che si era portato da Roma, in uno scambio continuo che strabiliava tutti i componenti. Perché se è facile immaginare lo stupore dei nomadi del deserto davanti ai mirabolanti beat elettronici non meno scontata è la meraviglia di Costantino di fronte all’espressività di strumenti antichi come il bordone raschiato dello imzad (strumento ad arco a corda singola, suonato dalle donne), o il tehardent (una delle molte varianti dei liuti con tavola armonica in pelle). Nell’edizione in vinile di M’berra è presente il booklet di 32 pagine che mostra le fotografie, effettuate dal fotoreporter francese Jean-Marc Caimi, del M’berra Ensemble insieme a resoconti del progetto raccontati da diverse prospettive culturali e sociali. Per quanto riguarda invece la parte creativa vera e propria DJ Khalab si è divertito a fare della sua esperienza il punto di partenza di una rielaborazione personale: “Il disco di vero non ha niente, non trovi quello che è successo veramente. Non è un documentario è fiction, è arte. Mi sono inventato un mondo parallelo come avevo fatto con Black Noise, in cui immaginai un mondo afrocentrico nel 2084. Qui l’idea invece è stata di andare a prendere spunto da storie e raccontarle romanzate“.

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Così a raccordare queste due esigenze ecco che Costantino chiama a collaborare al disco Adriano Viterbini che già da qualche anno era arrivato, nel suo continuo e ricercato eclettismo sperimentativo, all’afrobeat-punk degli I Hate My Village e alle collaborazioni proprio con artisti maliani e tuareg come Rokia Traoré e Mamah Diabatè, maestro dell’n’goni (strumento a corde tradizionale maliano). La chitarra di Viterbini emerge in alcuni brani – come in Curfew dove nella seconda parte del brano rilancia le pizzicate iniziali dello imzad – ma senza mai rubare la scena, conscio del rischio insito in un’operazione tacciabile da qualcuno magari addirittura come appropriazione culturale. A questo proposito che M’berra sia stato pubblicato dalla Real World Records di Peter Gabriel, pioniere di una world music che da scafati discografici è stata fatta presto diventare musica etnica di agile commerciabilità, rappresenta forse la migliore garanzia per la musica suonata all’interno di un campo profughi: i suoni in realtà, come i migranti, chiedono solo di viaggiare liberamente in un mondo senza confini e appartenenze.

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