Sacha Baron Cohen. Troll prima di te

In arrivo ad ottobre in streaming con The Trial Of The Chicago 7 e con il sequel di Borat, Sacha Baron Cohen colpisce per la coerenza con cui sta costruendo la sua carriera, caratterizzata da un approccio alla performance che unisce con un fil rouge tutti i personaggi da lui interpretati.

Cohen ha scelto di lavorare sul concetto di marginalità, incarnando entità che si pongono al di fuori delle convenzioni sociali, siano essi degli osti coinvolti nella Rivoluzione Francese o dei giornalisti Kazaki. Chiaro, tuttavia, che il suo lavoro sui margini ha sempre funzionato in due sensi. Le sue interpretazioni nascono da lì ma è su quegli stessi margini che l’attore vuole spingere le vittime dei suoi sketch, attraverso una variante aggressiva dello straniamento Brechtiano, che disorienta e confonde i suoi interlocutori arrivando a ribaltare il senso delle loro risposte

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Prima che da un buco nero ideologico, i suoi personaggi sono emersi però da una zona grigia linguistica, in fase di definizione quando Cohen stava emergendo e che egli ha saputo sfruttare perfettamente per i suoi scopi.

Nato nel 1971 ad Hammersmith in una famiglia ebrea ortodossa, si avvicina alla recitazione affascinato da personaggi come Peter Sellers e i Monty Python, unendo alla sua formazione artistica gli studi di Clownerie sotto la direzione di Philippe Gaulier. Anche a causa di questo background sui generis, il primo approccio di Sacha Baron Cohen con il mondo televisivo è straordinariamente irregolare.

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Nel provino che invia a Channel 4 nel 1995 si presenta come Kristo, reporter albanese da cui nascerà Borat e già in quel filmato che è un atto situazionista c’è racchiuso tutto il suo approccio alla performance.

L’attore pone le fondamenta del suo stile nella bassa fedeltà che in quegli anni è centrale nei prodotti culturali più popolari. Il lo-fi di cui si nutre Da Ali G Show viene sdoganato e codificato da The Blair Witch Project, flirta con le derive punk grazie ai Jackass di Johnny Knoxville ma è con Sacha Baron Cohen che si avvicina davvero allo zeitgeist di quell’era digitale agli albori tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00.

Nei gesti, negli atteggiamenti, negli alias che l’attore adotta in Da Ali G Show c’è il desiderio di trasporre nel mondo reale alcuni elementi centrali dell’allora nascente Web 2.0.

Non è un caso che Borat, Brüno e Ali G. si qualifichino come giornalisti, che il format del programma si basi sulle interviste e centrale è il modo in cui Cohen sceglie la maggior parte delle volte di infiltrarsi in eventi esclusivi confondendosi con la stampa ufficiale.

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È il tentativo, tra estetica DIY e hacking, di dirottare il flusso televisivo ufficiale per creare un programma che si innesti nelle zone d’ombra della trasmissione e ne ribalti gli stilemi. Pur nei suoi evidenti debiti con l’approccio provocatorio di Jackass non sarebbe troppo azzardato vedere in Da Ali G Show la stessa volontà di pensare un intero palinsesto al negativo da cui prenderanno le mosse realtà successive come Twitch.

Una volta concepito questo protoweb 2.0, Sacha Baron Cohen lo popola con personaggi che incarnano i tratti borderline dei futuri troll di internet, tra misoginia, omofobia, antisemitismo, appropriazione culturale, un mix letale fatto per colpire gli intervistati e farli reagire.

È indubbio che in questa fase Cohen sia una sorta di serafico troll distruttivo, concentrato a mettere a disagio i suoi intervistati e interessato solo in parte a utilizzare la performance come veicolo per una lettura politica del contesto in cui opera, pratica che risulterà evidente solo negli anni a venire.

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Per assistere ad una vera evoluzione dell’approccio di Cohen alla performance dobbiamo aspettare il 2018, la vittoria di Trump e il trionfo dei populismi.

Tra Da Ali G Show e Who Is America?, finora lo show più politico di Sacha Baron Cohen, passano vent’anni, tre film e un lavoro di affinamento della sua scrittura che in termini linguistici crea un abisso tra i due show.

In fondo non potrebbe essere altrimenti. Quel Web 2.0 prefigurato da Da Ali G. Show ora è il linguaggio fondamentale del presente e dunque a Sacha Baron Cohen non rimane che assorbirlo nella sua scrittura. Tutto ciò è evidente già dal passo classificatorio del progetto, che vuole esplorare e ordinare gli estremismi dell’America Trumpiana, costruendo un database fatto di fanatici delle armi, anti abortisti, omofobi, razzisti ma è indubbio che di internet sono emanazioni anche due dei personaggi dello show, presi di peso dai forum politici e dai gruppi Facebook più ambigui: il cospirazionista repubblicano e il social justice warrior estremista democratico.

Non solo: ora il linguaggio della Rete viene usato da Cohen come strumento drammaturgico attraverso cui ripensare da zero il modo in cui interagisce con le sue vittime.

In Da Ali G Show si cercava lo straniamento dell’interlocutore, che si trovava costantemente sul confine tra razionalità e non senso, tra la condiscendenza e la risposta ambigua con cui ammetteva, cadendo nella trappola di Sacha Baron Cohen/Brüno, che in fondo Bin Laden era un uomo con un gran gusto per la moda.

Con Who Is America? questo discorso è stato ribaltato e amplificato. Cohen non tiene più a distanza gli intervistati ma anzi ne assimila i comportamenti applicando il Metodo attoriale in forma uguale e contraria alla norma.

Avvicinandosi alle vittime, apparendo solidale ai loro deliri, facendoli sentire al sicuro, non solo la satira è più aggressiva ma l’attore riesce a mettere in ridicolo i suoi interlocutori coinvolgendoli in sketch a cui si prestano perché convinti che tutto sia a loro vantaggio.

Tra politici fanatici delle armi che promuovono veri fucili adatti ai bambini e razzisti che si mettono in ridicolo pur di far parte di un’operazione contro i migranti messicani, sembra che Cohen abbia scelto di far leva sull’Effetto Dunning-Kruger, generando un umorismo che torna alla Rete nel momento in cui si muove sulle stesse coordinate di un meme su 4Chan.

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A posteriori potremmo dire che l’approccio di Sacha Baron Cohen, pur proteso alla contemporaneità, si sviluppa a partire da un elemento arcaico e ancestrale, da quell’umorismo ebraico che mischia pessimismo, determinismo e fascinazione per la fine imminente di tutte le cose.

L’obiettivo di Cohen è forse mostrare i limiti delle nostre ideologie e il relativismo delle opinioni personali. Non è un caso che in Who Is America? attacchi sia i repubblicani che i democratici, forse invitandoci, se non ad abbandonarci all’anarchia, quantomeno a mettere sempre in discussione le nostre opinioni, né può essere sottovalutato quanto il suo ruolo più maturo, il ribelle Abbie Hoffman in The Trial Of The Chicago 7, sia un ebreo anarchico e si comporti come un troll provocatore contro la Corte che lo sta processando, quasi assumendo in sé e storicizzando i due tratti essenziali dell’identità artistica del suo attore.

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