Memorie di un assassino – Memories of Murder, di Bong Joon-ho

Il cinema sudcoreano è in forte ascesa, ma i cineasti locali non hanno dimostrato la stessa padronanza in tutti i generi: nell’horror e nei blockbuster costosi, per esempio, hanno quasi sempre fatto cilecca. Va meglio con il noir, un terreno sfruttato con risultati altalenanti: da un lato capolavori (Friend, Sympathy for Mr. Vengeance), dall’altro cocenti delusioni (Mr. Butterfly, visto all’ultimo Festival di Venezia). Alla prima categoria appartiene per fortuna l’attesissimo Memorie di un assassino di Bong Joon-Ho, campione di incassi in patria, apprezzato in diversi festival minori (San Sebastian, Torino, Sitges, San Diego), ultima parola di rilievo su serial killer e dintorni. È l’ennesima riprova di come il cinema del 38° parallelo costruisca le proprie fortune sui gusti del pubblico autoctono – che ovviamente ricompensa generosamente la fiducia dei produttori -, regalando alla platea un cinema medio intelligente e originale, pensato a misura di spettatore ma non privo di sottotesti (spesso politici). Ne derivano pellicole di respiro limitato ma immediate, comprensibili e coinvolgenti; il dato migliore è che l’eccellente resa tecnica permette anche all’estraneo, allo straniero, di partecipare al gioco e di farsi coinvolgere. Memorie di un assassino non a caso parte da una vicenda veramente accaduta, anno di grazia 1986. Due poliziotti sulle tracce di un assassino seriale, che prima stupra e poi strangola le sue vittime. Un mistero che sconvolge e terrorizza un piccolo paese in campagna, lontano da Seoul. Apparentemente senza un movente comune ad alimentarli, gli omicidi spiazzano gli investigatori, costretti dopo le prime scaramucce a venirsi incontro: le indagini si rivelano infruttuose, ogni possibile sospetto ha un alibi e non ci sono prove che permettano di giungere a risultati significativi.

Come spesso accade nel miglior cinema asiatico, la patina da exploitation è una mera scusa, una facciata dietro cui celare ben altre velleità. Un thriller come questo è al tempo stesso un documento sociale su un periodo (gli anni ’80, ripresi con continuità e nostalgia dal cinema sudcoreano più recente) e su modi di vivere differenti (a confronto: i due poliziotti, uno locale, l’altro proveniente dall’ambiente urbano, si scontrano subito, e anche violentemente). È una cornice usuale, domestica, che trascende i limiti del genere e parla con il cuore in mano. Tanto che, dopo le prime note introduttive, ci si affeziona al paese teatro dei delitti, ai suoi modesti abitanti – un poliziotto male in arnese, un altro manesco, il loro capo spesso ubriaco, un giovane ritardato, una prostituta / dottoressa, un padre di famiglia guardone – e si prega con loro affinché la sventura abbia presto fine. Sceneggiatura sontuosa – tratta principalmente dalle cronache del periodo del giornalista Park pubblicate sul Kyung-in Daily News – e regia di prim’ordine, elegantissima; con geniali puntate nel grottesco che non rovinano la tensione, anzi ne sottolineano l’immediata tragicità. Recitazione di grande impatto: la maschera buffa di Song Kang-ho (The Quiet Family) e il duro cipiglio di Kim Sang-kyung (visto nello splendido In the Occasion of Remembering the Turning Gate, volto magnetico e estrema versatilità) si sposano a meraviglia, ossimoro ambulante, coppia funzionale di sbirri atipici e male assortiti.

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Nel contesto risaltano soprattutto le location, la fotografia chiaroscurale e la musica dolce, che accompagna per mano lo spettatore distratto e un po’ sbalestrato in un mondo notturno di violenza insistita: Bong, che ha definito il suo film un thriller pastorale, un crime movie contadino, non si tira mai indietro, punteggia qua e là le scene crude con un’umile dose di computer grafica e non ricorre quasi mai al fuoricampo se non per estremizzare certe scelte, con fare liberatorio. La tensione è soprattutto psicologica, crescente, un graduale avanzamento verso la follia, intimidazione personale e collettiva. Senza soluzione, ma tanto lo si sapeva fin dal principio: il film non tradisce la realtà e non offre nessuna ricompensa. Il colpevole non è mai stato trovato, non aspettatevi risposte facili – ulteriore merito di Bong: neanche procedendo fotogramma per fotogramma nell’unica scena in cui si potrebbe vedere in faccia il colpevole ci si trova dinnanzi a un volto riconoscibile -, men che meno ipotesi concrete. Lo sguardo sbigottito e spiazzato del detective Cho che chiude l’opera è la migliore medicina contro un malessere deflagrante insinuatosi sottopelle: il noir è oggi più che mai in Corea del Sud un sintomo di frustrazione, simbolo del fallimento e della capacità di voltare pagina per ricominciare da capo, memori della lezione subìta.

 

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Titolo originale: Salinui chueok
Regia: Bong Joon-ho
Interpreti: Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Roeha Kim, Byun Hee-bong, Song Jae-ho, Park Noh-shik
Disribuzione: Academy Two
Durata: 131′
Origine: Corea del Sud, 2003

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.1 (10 voti)