Memory Box, di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige

Memory box segna il ritorno al lungometraggio di finzione dei registi e coniugi libanesi, una storia rivolta al passato ed ai ricordi, utili per decifrare il presente. In concorso alla Berlinale 71

Il cinema è una scatola pieni di ricordi o di segreti, uno spazio da svuotare o da riempire. Nastri, fotografie e quaderni sono il prezioso contenuto recapitata a casa di Maia, una donna arrivata a Montreal, in Canada, dopo la guerra civile in Libano, e dove vive da mamma single con Alex, la figlia quindicenne. Dentro ci sono le memorie di un’adolescenza, catturate da un’immagine e da una voce, in un periodo di turbolenza storica ed emotiva. Un diario espanso, confezionato e spedito da Maia a Liza, fuggita prima dell’infuriare del conflitto in Francia, a Parigi, insieme ai genitori, materiale che prima di morire Liza decide di riconsegnare alla sua migliore amica. Travolta dalle emozioni e le paure del passato, Maia proibisce ad Alex di frugare nella propria vita, ma il divieto ottiene soltanto il risultato di ingrandire la curiosità della ragazza.

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Joana Hadjithomas e Khalil Joreige continuano nel loro connubio artistico, ed insistono sulla necessità di gettare uno sguardo alla spalle per poi osservare il presente, ancor di più in una terra costretta a raccogliere le proprie macerie. Il filo conduttore della loro opera resta lo stesso di Je veux voir, presentato a Cannes nel 2008, ed interroga la possibilità del cinema di mostrarsi in costruzione, risale fino a Muybridge in un gioco fantasioso di riscoperta, quindi cambia direzione, inventa soluzioni innovative. Arriva stavolta al principio della realtà sintetica odierna, fatta di uno smartphone multifunzione per filmare e registrare suoni, nel mondo analogico, ingombrante e vaporoso degli anni Ottanta gonfiato dalla permanente, pieno di microfoni e macchine fotografiche. Passando da uno strumento all’altro viene fuori il testamento generazionale, e l’eredità genetica, di somiglianze e passioni, diventa la possibilità di tracciare la distanza, come di affrontare un discorso universale da un’esperienza familiare.

La struttura narrativa procede per immersione graduale, costruisce innanzitutto la bolla, nel lockdown determinato dal Blizzard, una tempesta di neve che imperversa sulla città durante il periodo natalizio. Nel tempo bloccato delle feste comincia un percorso a ritroso, fino ad arrivare nel clima di Beirut, per rivivere sullo schermo i sogni ed i pensieri di Maia negli occhi di Alex. Con un processo di immedesimazione lei rivede sua madre, alle prese con il suo primo amore, Raja, un deejay finito a combattere per le strade, rivede le feste e la violenza e gli spari, la libertà soffocata, le condizioni di vita sempre peggiori, in un grado di emancipazione rimasto probabilmente insuperato.

Alex trova tra le memorie della madre le origini sconosciute, coperte dal silenzio dell’imbarazzo, rese mute dal timore di trasmettere le conseguenze del male, i morti ed il sangue. Eppure quei fantasmi sono il passaporto per combattere il rimosso traumatico ed aprire finalmente una connessione sincera con il futuro. Il percorso appunto si chiude sopra orizzonti aperti all’avvenire, testimonianza di una metamorfosi finalmente compiuta. Ed il loro destino porta a riflettere contemporaneamente su di un paese, il Libano, travolto quasi dall’inconsapevolezza dell’orrore, nel considerarlo inaccettabile strumento di degrado ed umiliazione, come può esserlo la guerra per una ragazza preoccupata di sciogliere le labbra in un bacio innamorato. Ed in quella indiscutibile ostinazione finire nelle mani di quella parte fondamentalista, sorda alla ragioni per statuto e schiava di principi di comodo ed ideologie sbagliate.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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