MILANO 16 – “Bleak Night”, di Yoon Sung-Hyun

bleak night
 Una desolata e tetra notte, in un liceo coreano, con tre adolescenti che vivono la loro amicizia tra affetto e sincerità, virilità e rapporti di potere, tradimenti e umiliazioni, speranze e disillusioni. Dal passato al presente, dal rispetto alla morte, in uno dei film più interessanti presentati in concorso al Milano Film Festival

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Premiato all'ultima edizione del Pusan Film Festival, Pasuggun (Bleak Night), del coreano Yoon Sung-Hyun, è senza dubbio uno dei film più interessanti tra quelli selezionati per il concorso lungometraggi a Milano. Un'opera dolente, nella quale assistiamo al controverso rapporto tra tre amici liceali: un coacervo di sentimenti contrastanti, in perenne conflitto tra rispetto reciproco, solidarietà umana, scontri, virilità, rapporti di potere, tradimenti e vendette.

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Girato con un meccanismo di non facile assimilazione, attraverso una lunga serie di salti temporali che ci portano dal presente al passato e viceversa, Bleak Night viaggia lungo binari discordanti, mostrandoci le tappe più significative del legame che lega questi ragazzi all'interno dell'istituto scolastico, e anche al di fuori di quelle soffocanti mura. Quando uno dei tre trova la morte, il padre rintraccia gli amici del figlio, cercando risposte e spiegazioni che possano lenire il tormento di una scomparsa atroce e non preventivabile.

 

Il regista ha realizzato il film come tesi per il conseguimento della sua laurea: non a caso, sono presenti ingenuità stilistiche abbastanza palesi nella gestione non sempre adeguata di alcune sequenze. L'idea stessa della rottura sintattica dello spazio-tempo non giova all'immediata empatia nei riguardi del prodotto, vista la necessità di ricostruire, all'atto della visione, il filo logico che lega la vicenda. Tasselli che si frantumano e ricompongono, in un mosaico talvolta fin troppo celebrale e radicalizzato nella sua voluta non-consequenzialità.bleak night

Eppure, al di fuori della componente tecnica, abbiamo uno spaccato di vita limpido e intenso, capace di trascinarci negli interstizi delle difficoltà di comunicazione all'interno del mondo adolescenziale coreano, non poi così lontano dal modello occidentale. L'amicizia è un valore sacro, pare dirci Yoon Sung-Hyun, ma è altresì un obiettivo ostico, da perseguire giorno dopo giorno con fatica e costanza, sopportando tirannie, pestaggi, provocazioni e delusioni. Il rapporto che lega i personaggi va a cozzare con la necessità di un'imposizione carismatica che dipana le sue regole ferree attraverso un respiro contratto e faticoso, snervante e cinico. Il legame tra i ragazzi sa vivere di sincerità e affetto, ma al primo alito di vento necessita di una continua riscrittura gerarchica: la legge di natura non ha rispetto per il debole, e la consapevolezza della disistima da parte delle persone care è il più orribile e insostenibile dei fallimenti. Una ferita insanabile, che sanguina copiosa fino a condurre alla morte dell'anima.

Bleak Night si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, respinge e infine attrae, indovina dialoghi cocenti che squarciano ogni raggio di sole, e ci porta nell'inferno di un presente la cui identità affonda oltre i confini dell'illusione.

 

corman's worldCon un intenso weekend è così giunta al capolinea l'edizione numero 16 del Milano Film Festival. Tra gli ultimi film in concorso ha deluso lo spagnolo Finisterrae, di Sergio Caballero, surreale pièce sovraccarica di simbolismi artificiosi, e ha provocato reazione contrastanti il greco Wasted Youth, interessante discesa nelle tenebre in una torrida estate nella quale smarrire ogni senso razionale. I giorni conclusivi sono stati caratterizzati soprattutto dalla presenza di Jonathan Demme, bravo a intrattenere il pubblico gestendo con abilità una bella lezione di cinema, presentando alcuni suoi lavori del passato (tra cui il notevole Melvin and Howard, realizzato nel 1980 e premiato con due Oscar), e gustandosi insieme alla platea il notevole documentario Corman's World: Exploits of a Hollywood Rebel, dedicato alla straordinaria carriera del suo padrino artistico Roger Corman.

 

Un finale significativo, per un festival che lascia sensazioni stratificate. Da un lato, l'apprezzamento e il sincero applauso per la pregevole qualità media dei film mostrati, frutto di abili e coraggiose scelte compiute dagli organizzatori, bravi a scovare in giro per il mondo e proporre in anteprima nazionale pellicole di sicuro valore. Dall'altra parte, però, è giusto sottolineare alcune pecche logistiche che in qualche modo inficiano la definitiva maturazione dell'evento: sottotitoli spesso saltati per aria e ripristinati solo dopo diversi minuti, luoghi non sempre adatti per una simile manifestazione, luci in sala sparate alla massima intensità subito all'inizio dei titoli di coda (invece che alla fine degli stessi, come sempre si dovrebbe fare nei festival), e mancanza di navette per potersi spostare in fretta da un luogo all'altro, con il risultato di non poter assistere ad alcune proiezioni. Difetti che andrebbero limati e corretti, affinché questo festival possa davvero diventare grande.

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