Mine, di Fabio Guaglione & Fabio Resinaro

Fare un passo falso e trovarsi bloccati. O forse fare il passo decisivo, quello che proprio perché cruciale può riuscire a (ri)mettere a posto tutto. Questo accade a Mike Stevens (un intenso Armie Hammer), cecchino di stanza in un punto imprecisato del Medioriente, perso, di ritorno da una missione fallita, in un deserto che nasconde l’insidia minata. Una mina che viene da un passato storico mai risolto che continua a (ri)produrre violenza è significativamente ciò che intrappola il nostro militare (che deve resistere, immobile, per oltre 50 ore in attesa dei soccorsi). Sì, perché ciò che si rivela ben chiaro sin dai primi minuti in cui Mine, lungometraggio d’esordio di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro scorre sullo schermo, è che Mike è un uomo intrappolato da un passato personale che analogamente lo blocca. Non sappiamo molto della guerra, quella esterna, che il soldato Mike sta combattendo, ma poco importa perché la storia e lo stesso genere non sono che veicoli per raccontarci un’altra storia, quella di un uomo che non può più, letteralmente, fuggire e nascondersi da se stesso (e la guerra è un luogo di fuga come un altro…).

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Se alle prime il film può ricordarci titoli come 127 Ore o Buried – Sepolto, e tutto quel sottogenere cinematografico che fa dell’intrappolamento in spazi angusti snodo principale d’azione, pur sfruttando con buona dose di furbizia e originalità lo stesso plot in chiave inversa, Mine rivela quasi subito l’interesse dei due autori per lo spazio metafisico e gli intenti catartici della trama. Al contrario di Passo Falso (uscito nelle sale italiane solo di recente), che parte dal medesimo snodo, qui è il mondo interiore di Mike a riempire la scena. È una sorta di tensione meditativa ad avere la meglio nel film di Fabio & Fabio, un’azione immobile che ricerca la sua linfa vitale nella corrispondenza tra il formale e il sostanziale: lo spazio esterno/oggettivo come riflesso dello spazio interiore/soggettivo del protagonista, la fotografia così levigata che strappa il pensiero dalla ruvidezza della situazione contingente (effetto voluto o solo frutto di un gusto di rilavorazione delle immagini?). E, soprattutto, il corpo di Mike, che fagocita lo spazio scenico con i primissimi piani, e con il corpo immobile, quasi marmoreo, quasi un fermo-immagine che irrompe sulla scena facendo infine collassare il qui e ora aristotelici.mine10
A conti fatti, Mine appare un’interessante opera prima di un dinamico duo che si occupa del proprio prodotto dalla sceneggiatura alla post-produzione – nella scelta dello spunto della trama, nella cura compositiva della messa in scena, nel tentativo di creare insiemi e sottoinsiemi facilmente intellegibili. Ma appare così pensato da risultare, a scapito dell’empatia o della tensione emotiva, a tratti un po’ forzato e ridondante – Mike, così buono (non è un Kurtz o un Chris Kyle con la bussola del senso etico in frantumi), il Berbero che ripete in loop il mantra di “andare avanti”, le visite dei fantasmi del natale passato… – Sembra  rimanere bloccato nel suo essere così razionale. Davanti al portone, indeciso tra le sue tante (troppe) chiavi di lettura.


Regia: Fabio Guaglione & Fabio Resinaro

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APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

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Interpreti: Armie Hammer, Annabelle Wallis, Tom Cullen, Clint Dyer

Distribuzione: Eagle Pictures

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Durata: 106’

Origine: Italia/Spagna/USA 2016