"Nameless – Entità nascosta" di Juame Balaguerò

Il cinema e lo spettro. Quella presenza impalpabile e fantasmatica che si aggira silenziosa dietro la filigrana dell'immagine, un'entità nascosta che riaffiora solo in qualche fotogramma, nel vuoto visivo che passa fra un raccordo e l'altro. Un'assenza di materia che sembra attraversare alcuni film di giovani autori spagnoli, innegabilmente attratti dal fascino sprigionato dall'Assoluto irrapresentabile, da quel flusso di particelle che si condensa in cristalli di vita invisibile. Esseri "senza nome", "nameless" appunto.
Dopo i recenti e un po' sterili esercizi stilistici di Amenàbar e, con alle spalle una collaudata tradizione che contempla fra gli altri i vampiri e i corpi sfregiati di Jesùs Franco e Amando De Ossorio, Juame Balaguerò affronta con la sua macchina da presa lo spettro, cerca di rappresentarne ombre e contorni, mettendo in scena un thriller quasi metafisico dove la paura si annida nella possibile rappresentazione del Male, nel riprendere e fissare in forma definitiva l'inascoltabile urlo di un atroce dolore fisico.
Cinema dell'assenza e della perdita che icasticamente trova la sua origine in un corpo reso irriconoscibile, in un ectoplasma di carne e sangue immerso in un bagno di acido smaterializzante. Cinema del distacco e della manipolazione dove la paura è generata dalla pratica dell'innesto, da immagini che si annidano tra gli interstizi delle inquadrature e appaiono improvvise a minacciare consistenza e liquidità di questi "blocchi di movimento – durata"; da un montaggio sonoro sempre in aggressivo contrappunto, dodecafonico e disarticolato; da corpi deformati, fotografati nelle loro più oscure nudità, disumanizzati da torture ed esperimenti chimici. Cinema dello sguardo violato, dell'essere e del divenire spettri di se stessi.

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"Nameless" è un crudelissimo gioco di scomposizione e sconnessione di materia filmica e organica, un film intessuto da non-corpi che precipitano lo stesso corpo-cinema in un abisso (una memoria?) di tagli e incisioni di celluloide, citazioni e omaggi cinefili fin troppo espliciti (da "Il silenzio degli innocenti" a "I fiumi di porpora", risalendo nel tempo fino a "I ragazzi venuti dal Brasile" e, ancor prima, alle ipnosi di massa del dr. Mabuse). Poco importa che il plot si perda in scontati colpi di scena, in sequenze anestetizzate e raffreddate, o in svolte narrative poco essenziali alla trama: qui il senso riposa tutto nella logica dell'innesto, nell'orrore di una presenza (nell'impossibilità di dimenticare il male?) nascosta al di là dell'inquadratura che si manifesta con lampi e squarci di dolore, fisico e visivo. Puri spettri di cinema.
Titolo originale: Los sin nombre
Regia: Juame Balaguerò
Sceneggiatura: Juame Balaguerò dal romanzo di Ramsey Campbell
Fotografia: Xavi Gimenez
Montaggio: Luis de la Madrid
Musiche: Carles Casas
Scenografia: Matias Tikas
Interpreti: Emma Vilarasau (Claudia), Karra Elejalde (Bruno Massera), Tristan Ulloa (Quiroga), Pep Tosar (Toni), Brendan Price (Marc Gifford), Jordi Dauder (patologo), Nuria Cano (poliziotta), Carlos Lasarte (Santini)
Produzione: Fantastic Factory
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 102'
Origine: Spagna, 1999

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