Nine Months, di Márta Mészáros

Un cinema non femminista che dà voce alla complessità dei sentimenti umani e a tutte le donne che eternamente lottano per essere prima di tutto sé stesse. Su MUBI

C’è un gran bisogno degli omaggi che i festival cinematografici dedicano alle figure che in modi diversi sono state innovatrici; ed è stata una scelta molto felice quella dell’appena conclusa edizione del BFM di rendere disponibile al pubblico cinque film restaurati di Mészáros, un’autrice che più di altri a lei vicini per generazione e provenienza ha saputo meditare sulla condizione umana con lucidità spiazzante. Né uno sguardo giudicante, né una risoluzione conciliatoria, neppure una sovrastruttura sociale dominante. Nelle sue donne, a volte mature, altre volte ancora solo bambine, c’è l’essenza stessa della vita: il desiderio di indipendenza, la fuga dalla solitudine, il bisogno di esser madre, la ricerca d’appartenenza a una famiglia o semplicemente il vedere il proprio amore ricambiato.

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Juli di Nine Months (Lili Monori) ha il volto tondo, aggraziato – non si direbbe che ha un figlio e un matrimonio alle spalle. Viene assunta come operaia in una fabbrica di mattoni; il suo capo (Jan Nowicki) si innamora di lei, vorrebbe sposarla, avere un bambino e mantenerla. Ma il passato di Juli e la sua determinazione saranno d’ostacolo alla loro relazione. Sarebbe impossibile non leggere il film in un rapporto embrionale con Adoption, che un anno prima valse alla regista l’Orso d’oro. Alla base di entrambi c’è un senso di attesa profondissimo vissuto dalle protagoniste con una religiosità composta, quasi distaccata, come se il dolore o la sofferenza fossero esclusi dalla loro sfera. Anche i loro pensieri ci vengono spesso taciuti. Mészáros si pone a distanza, e così lo spettatore, portando però i suoi personaggi in primo piano rispetto all’ambiente, in Nine Months una cittadina in lenta trasformazione – il fumo delle fabbriche ma anche uomini che macellano un maiale. Quest’oggettività che insegue e che arriva a impennarsi, nel finale, in un iperrealismo imprevisto traduce la voce di tutte le donne che eternamente lottano per essere prima di tutto sé stesse.

E il discorso si allarga a una coralità che puntualmente Mészáros mette in scena: Edit di Binding Sentiments è una vedova che alla morte del marito, politico, vuole rinunciare alla casa e ai soldi dell’assicurazione per trovare, dopo ventun anni, una propria indipendenza; Erzsi, la giovane operaia di The Girl – ne vedremo tante nel cinema della regista – è libera e coraggiosa – andrà a casa di un ragazzo conosciuto in treno e non si opporrà alla madre che l’ha abbandonata e non la vuole riconoscere perché nel frattempo si è rifatta una famiglia – “è tutta la vita che hai paura”, la rimprovera però la figlia. C’è molto di autobiografico nei film di Mészáros (l’infanzia trascorsa in un orfanotrofio, l’esperienza di studi in accademia, la storia del suo paese), ma il suo non è un cinema femminista, non si è mai riconosciuta in questa etichetta. Basti vedere come viene rappresentata la controparte maschile. L’ex marito di Juli è un uomo generoso e l’aiuta a trovare un lavoro. János, il protagonista, invece, è scontroso e fermo sulle sue idee – si vergogna di confessare alla madre i trascorsi di Juli e vorrebbe che dopo la gravidanza non lavorasse più; eppure si commuove quando vede la ragazza provarsi l’abito del matrimonio e piange quando lei gli dice di amarlo tantissimo. Mészáros non fa alcuna distinzione, il suo è uno sguardo empatico e introspettivo che riflette sulla natura complessa dei sentimenti.

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

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Titolo originale: Kilenc hónap
Regia: Márta Mészáros
Interpreti: Lili Monori, Jan Nowicki, Gyula Szersén, Tibor Kristóf, Đoko Rosić
Durata: 90′
Origine: Ungheria, 1976
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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