One Night in Miami, di Regina King

Avete presente i magnifici primi 15 minuti di Alì di Michael Mann? Una delle vette del cinema americano del XXI secolo in cui una performance di Sam Cooke diventa il tessuto musicale su cui montare gli allenamenti di Cassius Clay per il suo primo incontro contro Sonny Liston, l’infanzia del pugile, il rapporto con Malcolm X e l’amicizia con Bundini? Ecco, lo spunto narrativo di One Night in Miami riparte da lì, da quella jam session cine-musicale mirabolante e da un testo teatrale di Kemp Powers che immagina Cassius Clay, Jim Brown, Sam Cooke e Malcolm X riunirsi a discutere e a parlare di diritti civili in una stanza dell’Hampton House Motel la notte che Clay diventa campione del mondo, il 25 febbraio 1964.

Produzione Amazon. Opera prima dell’attrice premio Oscar Regina King che non è certo Michael Mann, ma dimostra di ottimizzare sapientemente il low budget di partenza e di cavarsela bene con gli attori, tutti emergenti e di estrazione seriale.

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Chiaramente è un testo/film rivolto all’oggi. La reunion di queste quattro figure centrali della cultura nera serve per entrare nel privato della Storia e scontornare l’immagine pubblica. “È stata un’opportunità per mostrare queste icone prima di tutto come uomini e fratelli” ha affermato King. Ma il tema non è tanto quello della segregazione razziale, quanto dell’impegno civile all’interno dello star system afroamericano e delle strategie per metterlo in pratica. Malcolm crede nella militanza, nell’intervento diretto a vantaggio della causa. Senza compromessi. La sua solitudine rabbiosa mette all’angolo tutti gli altri. Jim Brown aiuta i bambini delle periferie, ma nel frattempo vuole mollare la NFL per diventare attore. Cassius sta per cambiare nome e passare alla Nazione dell’Islam. Sam Cooke usa le regole del mercato discografico per promuovere artisti neri e vendere cover ai gruppi inglesi (It’s all over now del “suo” Bobby Womack consegnata ai Rolling Stones ed entrata ai primi posti della classifica). Ritornano alcune ossessioni del cinema black made in Hollywood: la necessità di un profeta/martire, l’eccellenza supereroica del singolo contro il Sistema, l’amicizia come unico collante possibile di una comunità minacciata dall’alto. Un’opera rivolta alla comunità black prima di tutto, preziosa proprio perché gioca la carta del privato e dell’intimità di quattro uomini immensi e fragili.

E il finale con l’esecuzione di A Change is Gonna Come è un altro link con la tradizione di questo cinema. Si passa infatti a Spike Lee e al suo Malcolm X. Altra sequenza sequenza magnifica. Altro film. Stessa Storia.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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