#Oscars2017: Andrew Garfield, il conflitto interiore dell’eterno personaggio

Omaggio ad Andrew Garfield, questa sera h 19.30 da Sentieri Selvaggi, INGRESSO GRATUITO

Todd è uno studente di scienze politiche. Dopo aver passato la mattinata a discutere con il suo professore del proprio futuro, se ha intenzione o meno di lasciar scorrere gli anni come programmi sullo schermo televisivo oppure intende impegnarsi davvero per fare la differenza, Todd è seduto sul divano a fissare i titoli del tg, con la domanda “What are you doing?” che rimbomba in testa. È l’ultima scena di Leoni per agnelli, film che vede alla regia Robert Redford e segna l’esordio cinematografico di Andrew Garfield. Da allora, siamo nel 2007, il 31enne anglo-americano cresciuto nel Surrey ha inanellato una serie di ruoli che l’hanno idealmente lasciato seduto su quel divano, in sospeso su una domanda esistenziale la cui risposta rimane aperta, rarefatta. I ruoli interpretati da Garfield sembrano infatti riprodurre un conflitto esistenziale, un passaggio limbico tra ideale e materiale, tra ideologia e opportunismo, che porta l’interprete a compiere un andirivieni spesso affannoso su un filo sospeso.

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È il conflitto quindi, il conflitto interiore, il tormento, a tratteggiare la cifra stilistica di questo attore intenso, e spesso sopra le righe, che trova la propria essenza zigzagando tra registro implosivo ed esplosivo, con continui cambi di frequenze tra l’alto e il basso (quasi mai il neutro). Se in film come Silence lo abbiamo visto in una versione più contenuta, la bussola interpretativa di Garfield sembra infatti più spesso essere quella che traccia un ideale continuum dopo l’imprinting del personaggio di Todd, via via percorrendo vari ruoli in continua contraddizione e ricomposizione: dal giornalista Eddie nella trilogia per la tv Red Riding, passando per Boy A, Non Lasciarmi, The Social Network, attraverso il tormentato Peter Parker di The Amazing Spider-Man,sino a 99 Homes, e i recenti Silence di Scorsese e La battaglia di Hacksaw Ridge di Gibson.

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Se per il ruolo di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, Andrew Garfield ha ricevuto la nomination all’Oscar 2017, il film di Gibson sembra segnare un altro passaggio in una traiettoria fatta per l’appunto di lotta interiore, legata al conflittuale ed eccedente incontro-scontro tra trascendente e contingente, che si traduce in una continua tensione del corpo, delle espressioni, della voce dalla dizione pulita e molto british, in una tendenza spasmodica a trasformare e trasfigurare molto, il più possibile, il corpo stesso in quella corda che tende e separa sottilmente due equilibri, dimensioni in continua sovrapposizione. Senza sosta, senza respiro. Quasi come se il corpo non riuscisse a contenere la contraddittoria fragile verità di un eterno personaggio, sempre in bilico su un divano a domandarsi “What are you doing?”.

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