Otto ore non sono un giorno, di Rainer Werner Fassbinder

Girata all’inizio degli anni ’70, la serie si adatta ad un registro da commedia familiare, degli equivoci, e risolve egregiamente temi centrali per il cinema di quegli anni. Su Raiplay

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In ultima analisi, quello che conta è l’intero corpo dell’opera che ci si lascia dietro quando si scompare. È la totalità dell’oeuvre che deve dire qualcosa di speciale riguardo al tempo in cui è stata realizzata. Altrimenti è inutile.
Rainer Werner Fassbinder

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La breve e densa parabola artistica di Fassbinder è ancora, nonostante il tempo trascorso, di difficile percezione nella sua interezza, di difficile classificazione se solo si pensi alla diversità dei materiali che compongono la sua filmografia e la visione di questa serie conferma l’assunto. Qualcosa però appare accertato con sicurezza: la sua genialità e il carattere al contempo raffinato e popolare del suo cinema. Un lavoro sui generi, ma soprattutto sul melodramma, che, per dire, sapeva coniugare la complessità di un romanzo per nulla semplice nella sua struttura come Berlin Alexaderplatz con una riduzione televisiva che sapeva “ricostruire” il romanzo, conservandone la sostanziale cupezza, rispettando il senso profondo di quella struttura linguistica aperta alla modernità, ma anche lavorando su una ipotesi di racconto popolare, proletario, se ci si passa la parola, a cominciare dalla scelta del romanzo, che vede, per l’appunto, nel diseredato ex galeotto e proletario Franz Biberkopf il protagonista del racconto.
Otto ore non sono un giorno è una miniserie televisiva che il regista tedesco girò nei primi anni ‘70 e, quindi, una decina d’anni prima dell’altro e più famoso lavoro televisivo. La serie, ora su Raiplay, conferma che, nonostante gli anni che separano i due titoli, la poetica fassbinderiana non sarebbe mutata. Il suo sarebbe stato un impegno autoriale, senza alcuna concessione al compromesso, con lo sguardo rivolto ad una marginalità sociale sempre più accentuata. Tanto è vero che Otto ore non sono un giorno sa risolvere, con i toni della commedia e una galleria di personaggi perfettamente delineati nei loro caratteri, temi sui quali il cinema di quegli anni avrebbe lavorato intensamente, ma con ben altri accenti, con una partecipazione animosa ed estrema. Basti pensare al cinema italiano di quegli anni, che rispetto ad alcuni argomenti come ad esempio la lotta di classe o l’emancipazione femminile, insisteva su una estremizzazione dei toni e una sempre drammatica soluzione. Solo in rari casi ciò non accadeva. In Fassbinder il conflitto sociale resta sullo sfondo che in fondo narra una storia familiare, come suggerisce il sottotitolo, ma non per questo è meno sentito o meno rilevante.
La trama, nei suoi riferimenti essenziali, parte dal racconto della famiglia Kruger, di cui fa parte Jochen (Gottfried John), giovane e promettente operaio di una azienda che produce componenti di precisione per macchinari. Conosce occasionalmente Marion (Hanna Schygulla) e i due si innamorano perdutamente. Jochen è il leader della squadra di operai del settore nel quale lavora. L’amicizia e la solidarietà che li lega si estende anche nei confronti di Giuseppe, un emigrato italiano, avversato solo da Rudiger, un naturale bastian contrario all’interno del gruppo. Il tempo trascorre tra matrimoni che finiscono, amori che nascono tra cui quello della nonna di Jochen – per tutto il tempo questo sarà il solo nome del personaggio – che nella sua tarda età si innamora del silenzioso e accomodante Gregor, ma sarà sempre in grado, con la sua vulcanica capacità di trovare una soluzione, di risolvere i problemi di tutti i suoi originali parenti.
La serie Otto ore non sono un giorno va ovviamente contestualizzata nel periodo della sua realizzazione e ancora di più in quello precedente della sua scrittura e non ci si può esimere dal ragionare sul fatto che si era a ridosso del decisivo 1968 che, al di là di ogni opinione che si possa avere sulle ribellioni di quegli anni, è rimasto l’evento ininterrotto che ancora oggi non ha smesso di restare cosa viva. Il regista tedesco nel 1968 aveva 22 anni e pertanto ha vissuto a pieno il clima della rivolta, assorbendone altrettanto pienamente gli immediati mutamenti di prospettiva che il rivolgimento, soprattutto culturale, imponeva. Significherà pur qualcosa il fatto che in quegli anni Fassbinder che già faceva parte della compagnia dell’Action-Theater, che venne chiuso dalle autorità di polizia di Monaco di Baviera dove allora viveva, fondò con l’amica Schygulla e altri amici provenienti dalla precedente esperienza un’altra compagnia cui fu dato il nome di Antitheater.
È dunque in questa atmosfera da (post) bufera, che la serie TV prende avvio ed è questa l’aria che si respira nelle atmosfere dei cinque episodi che compongono la miniserie. Nonostante, infatti, il tono si adatti ad un registro da commedia familiare, da commedia degli equivoci, a volte senza equivoci, uno dei livelli del racconto resta quello della strisciante contestazione del gruppo di operai amici di Jochen contro le decisioni via via assunte dalla dirigenza della fabbrica. Ma la soluzione a questo disagio, e a quelli che verranno nel corso del racconto, dimostreranno l’ottimismo di un’utopia del lavoro operaio che diventa traccia di una interpretazione delle questioni sociali da parte dell’autore.
Su un altro e non minore piano c’è poi l’argomento della condizione femminile, che non solo trova nel personaggio di Marion la sua sintesi perfetta di donna innamorata, ma anche rivendicativa di una propria autonomia, con il risultato di un perfetto equilibrio di coppia avendo trovato in Jochen un uomo del tutto disponibile a questa impostazione della vita. Questa voglia di emancipazione si riafferma in ogni personaggio femminile attraverso i quali Fassbinder rappresenta con tonalità differenti le tipologie riconoscibili all’interno delle naturali dinamiche sociali. Appartiene al personaggio di Monika, sorella di Jochen afflitta da un marito despota, donna rassegnata, ma che trova lo slancio giusto per dare una sterzata alla propria vita. Appartiene a Irmgard collega di Marion che, nonostante la durezza di un carattere inflessibile, scopre un rapporto di coppia paritario rinunciando alla sua naturale freddezza priva sentimenti. Non è assente da questo quadro di caratteri, quello della nonna, vera dominatrice di ogni situazione. Non a caso i titoli dei singoli episodi prendono i nomi delle coppie che di volta in volta ne sono protagoniste.
Se c’è un dato che spicca nel racconto televisivo di Fassbinder, maestro indiscusso del melodramma come forma espressiva privilegiata, è l’ottimismo di fondo che lo pervade, è quel senso di possibilità e di speranza che caratterizza le azioni e le vite dei personaggi, in una visione di possibile realizzazione di quell’utopia che sembra potersi concretizzare nel coraggio delle scelte, nella decisiva sicurezza della loro bontà e della giusta direzione nella quale sono operate. È questa, allo stesso tempo, la complessità di Fassbinder e il lascito culturale di un’epoca che aveva cambiato dalla radice le prospettive di sguardo sul mondo. Fassbinder ne ha fatto parte e la sua opera, compreso questo divertente e denso lavoro televisivo, confermano le sue parole e arricchiscono il senso della sua opera, che resta ancora da scoprire nel suo profondo valore.

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Titolo originale: Acht Stunden sind kein Tag
Regia: Rainer Werner Fassbinder
Interpreti: Hanna Schygulla, Gottfried John, Luise Ullrich, Irm Hermann, Andrea Schober, Anita Bucher, Brigitte Mira, Christine Osterlein, Wolfgang Schenck, Wolfgang Zerlett, Wolfried Lier
Durata: 478′
Distribuzione: RaiPlay
Origine: Germania Ovest, 1972
Genere: commedia, melodramma

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
4.67 (3 voti)
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