Palazzo di giustizia, di Chiara Bellosi

Nella sezione Alice nella città spunta un film che tenta un’incursione nelle aule buie di un palazzo di giustizia, il luogo sacro della legge e del legal thriller, un sottogenere che possiede una grande tradizione negli Stati Uniti, ma storicamente poco frequentato dalle nostre parti.

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In mezzo a larghi corridoi senza fine, seguiamo una storia di cronaca culminata nell’omicidio di un benzinaio che colpisce a morte uno dei due rapinatori che tentavano il colpo grosso. Inizialmente il film mette in guardia lo spettatore con un cruciale dilemma morale, ponendosi una domanda che implica se fosse giusta o sbagliata la legittima difesa personale in caso di vita o di morte. La risposta, la regista e sceneggiatrice Chiara Bellosi, non la concede, rimane vaga e fa prendere alla narrazione binari diversi, slacciati anche dallo stesso concetto di thriller. Lavora per stasi, congela il processo principale e si interessa a chi sta vivendo ai margini questa situazione disperata e ne è vittima indiretta. Si tratta di una bambina e di una ragazza che non possono entrare in aula, neanche ascoltare in lontananza, devono trovarsi qualcosa da fare, quindi mangiano schifezze, fanno amicizia, danzano su se stesse in un modo tale da far immaginare una catarsi liberatoria, come la colomba che cerca di fuggire dal palazzo e che viene continuamente ricatturata dalla bambina. Fondamentalmente non fanno nulla, quindi la regia non può fare altro che indugiare nei volti, negli sguardi, nei suoni della bocca intenta a masticare, negli occhi che si incrociano tra le due ragazzine, lasciando da parte i più intuitivi campi lunghi ambientali e le scene di massa in aula.

Da qui emerge un problema, questo doppio approccio alla materia suggerisce una scrittura sconnessa, interessata a sganciarsi dalla classica struttura del dramma giudiziario. La regia applicata risulta coerente con l’atmosfera intima e discostata dei due personaggi femminili rispetto al resto del gruppo adulto, ma alcuni personaggi risultano purtroppo mono-personalità, e la fotografia appare priva di guizzi. Come se mancasse qualche pezzo, castrando in questo modo il film e privandolo di uno sguardo sulla vicenda inedito fino in fondo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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