Paolo Sorrentino, tra cinema e teatro

Al Teatro Astra un dialogo con il regista a partire da alcuni dei monologhi più celebri del suo cinema; osmosi tra grande schermo e palcoscenico. Rassegna Dialoghi

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“Perché invitare un regista cinematografico a teatro? Quali linguaggi condividono teatro e cinema? Io credo che lo stimolo più interessante che il teatro possa ricevere dal cinema sia quello espressivo […], ma anche il cinema ha da sempre attinto al teatro e quello di Paolo Sorrentino è un esempio magistrale di questa osmosi.”

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La lettera di Andrea de Rosa, direttore della Fondazione Teatro Piemonte Europa e grande assente della serata, riassume alla perfezione il senso ultimo di un incontro, quello tenutosi nel tardo pomeriggio di venerdì 2 dicembre all’Astra di Torino, volto a celebrare uno degli artisti italiani che maggiormente ha saputo coniugare le due dimensioni di palcoscenico e settima arte.
A strutturare l’evento – un vero e proprio viaggio attraverso i monologhi più celebri del cinema di Paolo Sorrentino, con tanto di inserti tratti da Il divo, La grande bellezza, Le conseguenze dell’amore, Youth e non solo, è stato il dialogo tra il regista e il direttore artistico del Festival Steve Della Casa. Uno stimolante botta e risposta intellettuale scandito dall’individuazione teorica – suggerita da alcuni appunti di de Rosa – di tre principali categorie atte a suddividere i monologhi “sorrentiniani”. Dal monologo interiore, alla Shakespeare, al monologo rivolto a un interlocutore silenzioso (secondo il modello di Čechov), passando per la cosiddetta “invettiva”, caratterizzata da ascoltatori incapaci di replica perché inchiodati dal flusso verbale e argomentativo del parlante.
Non sono mancate, nel corso della serata, speciali confidenze. Da considerazioni più leggere riguardanti il rapporto del cineasta con l’attore feticcio Servillo – “Toni mi spiega tutto, gli piace speculare sulle cose e lui per fortuna attribuisce a queste cose dei significati che io poi riutilizzo nelle conferenze” – a riflessioni tecniche di natura più seria – “Questa esigenza nasce dalla mia passione per la letteratura, dove prediligo i libri che non hanno dialoghi e che quindi mi risultano come dei lunghissimi monologhi; ed essendo i colpi di scena quasi del tutto assenti dal mio cinema, il monologo mi permette di camuffare quello che di fatto non c’è”.
Tra passione per il calcio – presente in varie forme in molti suoi prodotti – e simpatiche digressioni – “mi fate apparire più intelligente di quello che sono” – il regista non si è poi sottratto a una accurata analisi del rapporto esistente tra film e loro ricezione da parte di pubblico e stampa, riuscendo anzi a esprimere uno dei concetti chiave necessari alla comprensione di buona parte delle critiche a lui rivolte: “lo spettatore cerca spesso una verità dentro il film, mentre io perseguo esattamente l’obiettivo opposto perché non sono per niente interessato alla verità”.
Una verità emersa tuttavia con prepotenza nel racconto di alcuni curiosi aneddoti; dalle difficoltà di Michael Caine nel monologo di Youth“lo aspettava tanto forse troppo e iniziò a sbagliare; facemmo tanti ciak” – al rapporto con Rachel Weisz. Senza dimenticare alcune assurde scelte di scrittura: “il monologo di Le conseguenze dell’amore è lunghissimo, l’ho scritto solo perche mi piaceva tantissimo che a un certo punto dicesse “io ho negoziato l’acquisto di una petroliera”; forse tutto il progetto è concepito per arrivare a quella battuta che in realtà non ha una valore all’interno del film”.
60 minuti (circa) di puro Paolo Sorrentino; crasi ideale di due mondi comunicanti.
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