Passengers, di Morten Tyldum

“Stai parlando per slogan”

In una navicella futuristica uomini e donne vengono ibernati per poi essere svegliati al momento dell’atterraggio sul nuovo pianeta. Queste nuove colonie sono diventate la meta per chi vuole ricominciare, per chi è stufo della terra, per chi non ha altri obbiettivi. Per raggiungerle ci vogliono però anni nei quali non si deve fare altro che dormire aspettando di ricominciare una nuova vita. Che succede però se per un’avaria un uomo si svegliasse prima del tempo e fosse costretto ad essere l’unico abitante di un lussuoso resort sospeso nello spazio? Fino a che punto si tratterrebbe nel svegliare un altro passeggero per condividere una vita nella lussuosa gabbia? La risposta è svelata già nella premessa del film che nelle sue intenzioni sembrava voler mettere in scena dei primordiali Adamo e Eva in una nuova cornice fantascientifica.

Un paesaggio questo che negli ultimi anni siamo stati abituati a vedere al cinema almeno una volta all’anno in varie declinazioni. Il regista Morten Tyldum lo sa ed adotta la strategia di riutilizzare tutto l’immaginario cinematografico (e non solo) a sua disposizione per poi dar vita al proprio. Circonda così i due protagonisti di citazioni esplicite che guardano a Kubrick, Cuarón e Pixar fino a ricreare un ipotetico scenario alla Titanic 2.0 che sfiora la parodia. Questa operazione non è di per se condannabile, anzi potrebbe risultare interessante se la si contestualizzata in questo clima nostalgia che sembra ormai avvolgere tutto il panorama visivo degli ultimi mesi. passengers

Al centro di questo artificio restano comunque in solitaria i due protagonisti, le cui azioni dovrebbero dare una finalità a tutto il resto. Ma più si scava dietro la patinata messa in scena, più si scopre che non c’è niente di programmato dietro la superficialità con cui i personaggi interpretati da Chris Pratt e Jennifer Lawrence parlano per stereotipi e spot pubblicitari (tranne forse l’innata capacità di indossare tutto ciò che lascia poco spazio all’immaginazione). Eppure questa latitanza di spessore viene sottolineata negli stessi dialoghi tra i due, quasi a voler fare una pubblica autocritica alle mancate occasioni di approfondimento. Con la costrizione, infatti, di aver solo due personaggi bloccati in un unico spazio non è stato difficile andare a sfiorare tematiche sociologiche che spaziano dall’egoismo legato alla sopravvivenza, alla delegazione degli istinti umani alle macchine, ma questa deriva filosofica viene fastidiosamente e frettolosamente arginata dalla inevitabile classificazione di genere hollywoodiano. Passengers doveva essere un film d’azione a qualsiasi costo. Il prezzo che ha dovuto pagare questo film sono stati 20 minuti finali al limite dell’imbarazzante, dove all’overacting della Lawrence si aggiungono perle di sceneggiatura che annullano l’intera verosimiglianza della struttura. Questo era evitabile se almeno si fosse scelta un’unica via dove indirizzare tutta la narrazione, invece sembra un continuo vorrei ma non posso di approccio nolaniano che sul finale diventa qualcosa di caotico e stucchevole, tanto quanto una pubblicità che dura troppo.

 

Titolo originale: id.

Regia: Morten Tyldum

Interpreti: Chris Pratt, Jennifer Lawrence, Michael Sheen

Distribuzione: Warner Bros. 

Durata: 116′

Origine: USA 2016