Pesaro 50 – I Resti di Bisanzio, di Carlo Michele Schirinzi (Concorso)

"Quella costruzione era un sunto di storia, oppure no." – Carmelo Bene

Il fuoco, l'acqua, l’aria…e poi lo sguardo, l'udito, il tatto. Quello di Carlo Michele Schirinzi si conferma un cinema che erompe dagli elementi e dai sensi, che accerchia il suo spettatore "attivo" e lo chiama in causa da innumerevoli fronti, in un coinvolgimento sinestesico che non ammette repliche. O si è dentro o si è fuori queste preziose inquadrature. I resti di Bisanzio. Gli scarti di vita e di immagini che una “terra” rigurgita e che il cinema è li a cogliere disordinato… come le ultime sopravvivenze di un mondo che non riesce neanche più a urlare disperato "nostra Signora dei turchi", ma che si rifugia in un visionario presente di silenzio e di fiamme sognate. Un film perso e disperso nell’anima sciamanica del profondo Salento, che nasconde nella roccia le texture di millenni di dominazioni sentite oggi come un lontano eco (da luogo colpito).

Non è facile (e perché dovrebbe?) rintracciare una linea narrativa in tutto questo. Oppure sì, in fondo il film è cristallino sotto i nostri occhi: tre persone e il loro movimento nel mondo. Un falegname (C) che colleziona lattine di benzina perché ha il “sogno” ricorrente di incendiare il suo presente; un suo amico (R) ex benzinaio che gli procura la materia prima e se ne sta rintanato nel suo guscio abbandonato dalla civiltà; infine un depresso bandista di paese (S) che sente costantemente la fine ammirando vecchie foto di defunti che emanano un’aura intatta e pesante. Ci sono anche sguardi altri però. Gli sguardi (dei) clandestini che nel Salento arrivano dal mare e dalla vicina Africa. Eremitaggi accidentali oltre il faro di Santa Maria di Leuca, rifugiati nei resti di cripte e ipogei bizantini, a scoprire "nuove" immagini e a toccarle con mani rugose e vive. Solo loro è la Bellezza nascosta, noi forse non ce la meritiamo più. Le mani, allora. Le mani e il lavoro ancora al centro del cinema di Schirinzi (qui all'esordio nella forma "lungometraggio"), con quei dettagli che configurano antichi e sacri gesti contrapposti al deserto di percezioni attuale verso il quale il giudizio è netto e disperato.

“Cinema sperimentale” e “stile avanguardista”, è vero, le ascendenze sono chiare. In un film non certo scevro di una bonaria e sin troppo manifesta ridondanza nei pugni nello stomaco che vuole sferrare (il personaggio del vecchio recluso, i suoi messaggi, “proprio non mi va di scrivere se poi tutto si dilegua”, composti da ritagli di una cultura ormai in brandelli…). Il fatto è che Schirinzi contagia epidermicamente con la sua enorme fiducia nelle potenze delle immagini, che rimangono viv(id)e nella memoria anche a distanza di ore dalla visione del suo film: la soggettiva di C viene aggredita costantemente dalla sua soggettiva libera indiretta (ancora, sempre, Pasolini) impadronendosi dell’inquadratura, liberandola attraverso un sonoro autosufficiente e antifrastico, facendo così intravedere una bellezza ferina e arcaica (le torri, le coste, le macerie) che non ammette nessuna “regola”. Un cinema visionario ma brutalmente ancorato al dato reale, che cerca tracce di redenzione configurando un tempo ancora possibile oltre la sua profonda sfiducia verso il presente. Oltre il mare e oltre le fiamme. Questo film è un sunto di storia, oppure no.