#PesaroFF56 – The Nose or the Conspiracy of Mavericks, di Andrey Khrzhanovsky

Geniale rivisitazione di due secoli di storia russa, da Gogol a Putin, un cinema che impasta decine di forme d’arte per raccontare la censura dei suoi “Mavericks” da parte del Potere. A #PesaroFF56

Come in un notturno di chopiniana memoria, nel finale di The Nose or the Conspiracy of Mavericks, di Andrey Khrzhanovsky passato al #PesaroFF56, uno stormo di aerei si libra nel cielo intrisi di morte ed al contempo di speranza, alla stessa maniera delle note musicali del compositore polacco. Nelle fusoliere di questi mastodontici uccelli metallici sono infatti scritti i nomi dei “mavericks” russi, artisti silenziati in terra dal Potere ma il cui lascito poetico continua a cantare dall’alto, udibili/visibili per chi abbia ancora il coraggio di volare col corpo e con la fantasia. Andrey Khrzhanovsky, veterano animatore che con questo suo ultimo lavoro fa un frego sulla carta d’identità da ottantenne con un’opera debordante anche per un giovanotto intriso di barocchismo e che esce a distanza di ben undici anni dal suo ultimo film, realizza quello che probabilmente potrebbe rappresentare il capolavoro di una vita. La sua, ovviamente, ma anche quella di tutti quei ribelli osteggiati dalla nomenclatura di potere russo degli ultimi due secoli che non hanno avuto modo di godere i frutti del loro lavoro. The Nose or the Conspiracy of Mavericks è il racconto della cospirazione che, a differenza di quello che può sembrare dal titolo, li vede non come soggetti ma come oggetti di repressione, autori da eliminare anche fisicamente per evitare che il loro messaggio, o spesso la sua assenza, intacchi le menti delle grandi masse zariste prima, comuniste dopo. Le purghe quindi, sia quelle dirette di Stalin che quelle indirette di Putin (che appare in una brevissima significativa scena a segnalare la contiguità, fatti salvi i formalismi pseudo-democratici di adesso) e che collegano l’inizio e la fine di questa Storia. Una storia, con la minuscola fieramente cosciente, che Andrey Khrzhanovsky mette in scena senza nessuna pretesa esaustiva e che si serve piuttosto di una struttura evenemenziale per far sì che siano tre singoli momenti di questa lunga catena di catene ad assumere carattere esemplificativo. Il film parte dalla trasposizione di uno dei racconti più famosi della letteratura di ogni tempo, “Il naso” di Nikolaj Vasil’evič Gogol, portato a teatro come opera buffa in tre atti da Dmitri Shostakovich nel 1930, ed è diviso in “tre sogni” che vogliono dare contezza audiovisuale di “una combinazione di eventi storici, biografie e capolavori di artisti, compositori e scrittori dell’avanguardia russa e del totalitarismo”. In questi tre segmenti dalla struttura variabile Khrzhanovsky utilizza senza nessuna forzatura autoriale svariate tecniche di ripresa che vanno appunto dall’animazione tradizionale, alla CGI, alla messa in scena di ritagli di modellini di carta, dal collage digitale ai colori a pastello e quelli a carboncino fino alle riprese dal vivo che con la loro intromissione servono a destabilizzare ulteriormente un impianto che non vuol cadere vittima della retorica. Perché il rischio, in un film che racconta eventi segnanti come la riproposizione in chiave metateatrale del capolavoro gogoliano in cui un uomo perde il suo naso e lo vede ascendere ad una carriera burocratica, la famosa lettera spedita a Stalin dal drammaturgo Michail Afanas’evič Bulgakov che lamentava l’impossibile circolazione delle sue opere e la parentesi del 1936 vissuta dallo stesso Shostakovich riguardo la stroncatura e censura da parte della Pravda del suo Lady Macbeth nel Distretto di Mcensk, era quello di cadere in una trita apologia della libertà di pensiero.

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The Nose or the Conspiracy of Mavericks piuttosto nasconde sotto la superficie della propria cacofonia stilistica questo messaggio e fa sì che esso emerga a sprazzi – le ilari rappresentazioni dei concistori tenuti da Stalin dove egli premette di non avere obiezioni verso nessuna proposta, salvo cominciare con la propria e così indirizzare i suoi consiglieri – ma soprattutto deflagri nel potente finale. Isaak Babel, Solomon Michoėls, Titsian Tabidze, Osip Mandel’štam, Igor Terentiev sono alcuni dei nomi che campeggiano come festoni tristi ed allo stesso tempo celebrativi nella succitata danza muta degli aerei. Sebbene il primo sogno, quello incentrato sul capolavoro di Gogol e che dura più della metà dell’intero film, sia una sua messa in scena animata che fa grande uso delle splendide musiche originali della versione teatrale, Khrzhanovsky lo intermezza con alcuni ritagli di una carrellata artistica che solo a prima vista appaiono estemporanei: La corazzata Potëmkin, Tarkovskij, Dziga Vertov, Pudovkin e il surrealismo di alcune scene vogliono essere infatti coriandoli di un carnevale che, nonostante il dramma dell’epoca (ma quale era non ha i suoi guardiani) non vuole e non può rinunciare al suo vitalismo. Si spiega così la riscrittura ucronica, ad esempio, del rapporto fra Stalin e Bulgakov che nel film, a differenza della realtà, riesce a far sì che gli scritti dell’autore de “Il maestro e Margherita” circolino già negli anni Trenta senza aspettare invece, come noto, la morte di entrambi. Si sa, il realismo socialista condannava le forzature formalistiche di Gogol e dei suoi figli artistici ma essi si prendono la loro rivincita in questo film dalla struttura anarchica, dove negli schermi della carlinga Pietro Guerra coesiste sulfureamente con Ejzensteijn. Nel 2020 i significanti possono finalmente smettere di essere uno strumento d’educazione e indottrinamento e la fantasia non deve più alimentarsi legandosi mani e piedi alla greppia dello Stato ma a quella del singolo distruttore/creatore di forme. Come per Kovalèv, insomma dopo varie vicissitudini il naso del gusto estetico può finalmente tornare al suo posto per noi millennials che abbiamo perduto sì il senso della Storia ma anche la sua coatta contingenza. E per questo dobbiamo ringraziare in piccola grande parte questo ultimo film di Andrey Khrzhanovsky

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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