Pet Sematary, di Dennis Widmyer

A volte bisogna saper lasciare andare. Quello che muore non può tornare a vivere, non nella stessa forma almeno, ed è più prudente tenerlo al sicuro sotto uno spesso strato di terra e andare avanti, piuttosto che affondare le mani nella putrefazione, disseppellirlo a forza e illudersi di aver portato indietro il tempo. Anche se a volte il dolore della perdita è talmente insostenibile da spingere la mente oltre la logica, oltre la scienza, a cercare una soluzione nel sovrannaturale, non c’è nessun uomo, divinità o magia in grado di cambiare il corso della natura. E chi osa farlo non può che andare incontro a conseguenze terribili. Tutto l’immaginario orrorifico lo dimostra con un nutrito esercito di fantasmi vendicativi e zombi famelici di cervelli, eppure ogni volta l’essere umano cade nello stesso errore. Non sa rassegnarsi alla morte, e nella sua incapacità di convivere con la morte si getta a capofitto nell’orrore.
Pet Sematary nasce da qui. Nasce dall’inevitabilità della morte e dall’incapacità di elaborare il lutto, che si tratti di una piccola o di una grande perdita. O almeno così era nelle intenzioni di Stephen King, che nel 1983 ha pubblicato il romanzo horror Pet Sematary, a cui si è ispirato l’omonimo film del 1989, diretto da Mary Lambert, e il remake di Dennis Widmyer, che mantiene in piedi l’impianto narrativo di base del romanzo, lasciandosi inevitabilmente andare a qualche licenza poetica. Pet Sematary infatti ha come protagonista il dottor Louis Creed (Jason Clarke) che, stanco della frenesia di Boston e in cerca di una vita più tranquilla, si trasferisce nel Maine insieme alla moglie Rachel (Amy Seimetz) e ai loro due figli Ellie e Gage. La nuova casa sembra perfetta così come il vasto bosco che la circonda, ma la serenità della famiglia Creed si infrange presto contro la scoperta di un inquietante cimitero degli animali nella loro proprietà. Quella terra scura, intrisa di morte, nasconde un segreto, che il bizzarro vicino Jud Crandall (John Lithgow) si sforza di mantenere sepolto fino alla morte incidentale del gatto Church, tanto amato dalla piccola Ellie. A questo punto il dottor Creed si trova difronte a una delle scelte più difficili della sua vita: far conoscere a sua figlia il dolore della perdita, della morte, oppure cercare nella nebbia che circonda il bosco una strada alternativa, pericolosa e quasi mai battuta. Ma come può un uomo di scienza mettere da parte le sue conoscenze per seguire antichi miti e credenze popolari? Stephen King pone questo dilemma etico al centro della sua narrazione, mostrando tutti gli stadi della caduta del dottor Creed, dal dubbio, al dolore, alla rassegnazione, alla follia, e da qui tutta la serie di eventi tragici che derivano dalle sue scelte sconsiderate e trasformano un paradiso bucolico in un teatro dell’orrore. Qui probabilmente risiede la forza del romanzo, nella capacità di scavare a fondo nell’animo umano nel momento in cui è straziato dal dolore e di addentrarsi in quei sentieri contorti dove la logica è offuscata e l’irrazionale prende il sopravvento. Tuttavia nel momento in cui la parola scritta diventa immagine e deve necessariamente condensarsi in un tempo più breve, bisogna necessariamente rassegnarsi alla perdita di qualcosa, alla morte delle intenzioni originarie e alla loro resurrezione in una forma differente.  Così come i morti non possono tornare a camminare sulla terra senza cambiare forma, allo stesso modo un romanzo non può tornare a vivere in un film senza mutare, e fa un grave errore chi pensa il contrario. Così l’opera di Dennis Widmyer, come quella di Mary Lambert prima di lui, va presa in esame per quello che è hic et nunc, non per la forma che avrebbe dovuto avere rispetto al romanzo. E in questo senso Pet Sematary di Dennis Widmyer è un racconto filmico compiuto, che di sicuro tradisce le intenzioni di King ma non quelle del genere horror, riuscendo nell’impresa di comprimere quattrocento pagine in meno di due ore. Per farlo modifica la materia, amalgama gli elementi originari e li trasforma, rinuncia ad approfondire il rapporto tra i personaggi e ad esplorare il loro mondo interiore, rimane sulla superficie dunque, ma riesce a portare a casa un’opera quantomeno dignitosa. Di sicuro il film deluderà i fan del romanzo, ma chi non cerca altro una storia dell’orrore ben girata e condita da un discreto numero di jump scare, saprà apprezzare l’adattamento di Widmyer.

Titolo originale: id.
Regia: Dennis Widmyer
Interpreti: Jason Clarke, John Lithgow, Amy Seimetz, Hugo Lavoie, Maria Herrera, Jeté Laurence, Lucas Lavoie, Alyssa Brooke Levine, Obssa Ahmed
Origine: USA, 2019
Distribuzione: Fox
Durata: 101′