«Più di tutto, mi manca Joe Strummer». Incontro con Julien Temple a Torino

«A un certo punto mi dividevo fra i due gruppi ed ero sempre pronto a riprendere. Poi Malcolm McLaren mi disse che dovevo scegliere: “I Clash o loro!”. Risposi “Loro!”. E Joe Strummer non mi perdonò di aver preferito i Sex Pistols a lui». Aneddoti del genere, Julien Temple ne ha raccontati una decina in occasione della Masterclass tenuta presso la Mole Antonelliana in apertura del VI Seeyousound International Music Film Festival di Torino. Il regista e il musicista si reincontreranno vent’anni più tardi, alle porte del nuovo millennio, e fra un bicchiere di vino e l’altro torneranno in confidenza fino alla morte del secondo, sopraggiunta per infarto nel 2002. In seguito, Temple dedicerà al vecchio amico un documentario, Il futuro non è scritto (2007), il quale attraverso video domestici, materiali d’archivio, fotografie, vignette (realizzate dallo stesso Strummer), spezzoni di film, interviste d’epoca e testimonianze di artisti che lo hanno conosciuto o ne sono stati ispirati, celebra uno dei maggiori esponenti del punk.

Ma non si tratta di un caso isolato, in quanto il regista britannico è noto proprio per i numerosi film sul panorama musicale non solo inglese, arrivando ad esplorare città e continenti diversi raccontandone le tradizioni sonore. Il festival omaggia questo percorso proiettando Oil City Confidential (2009), ambientato in una sperduta cittadina dell’Essex, Rio 50 Degrees (2014), storia di come la metropoli brasiliana ha espresso la sua anima in musica, e Habaneros (2017), che vola a L’Avana con una vibrante colonna sonora fra salsa, jazz, mambo, rumba e hip pop.

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Mentre l’ultimo film, presentato a Torino in anteprima italiana, s’intitola Ibiza – The Silent Movie (2019) e accetta la sfida di scoprire cosa si nasconde dietro la cultura clubber e gli stereotipi di un’isola che bene o male siamo convinti di conoscere ma che riserva grandi sorprese. «Quando mi chiesero di farlo, non ero convinto di accettare perché la dance non è esattamente il mio habitat», racconta Temple. «Allora, per liberarmi dall’impegno con una provocazione, proposi di realizzare un film muto per contrasto all’eterno rumore che vige sull’isola… Incredibile, hanno accettato!». In realtà, non si tratta esattamente di un film muto, perché oltre al montaggio musicale di Fatboy Slim vi si trovano effetti sonori, rumori e voci. Ma l’effetto è comunque quello di un accompagnamento costante e ipnotico, un fluire meraviglioso di immagini e musica come solo il cinema precedente agli anni Trenta sapeva regalare.

Aggiunge il regista: «Per me questo è un affare di famiglia, visto che mio nonno era un re delle orchestre e ha passato la vita a dirigere la sonorizzazioni di film nelle sale della costa ovest dell’Inghilterra». Allora ci si domanda come sia stato lavorare in questo modo: «All’inizio ci siamo persi nel girare questo luogo un po’ magico, perché soprattutto l’entroterra nasconde realtà rurali che non ti aspetti frequentando le spiagge», ha spiegato Temple. «Presto mi sono reso conto che Ibiza ha una lunga storia di utopie fallite che andava restituita attraverso le immagini e il suono». Bisognava dare il senso di un viaggio nel tempo. «E le suggestioni musicali hanno poi messo le ali a questa mia macchina».

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Il progetto deve molto a Norman Cook, il quale ha guidato il regista nella giungla della cultura clubber e ne ha mostrato i risvolti anche drammatici, le convergenze sociali e persino storiche. Ma esiste un filo rosso che collega questo e gli altri film dedicati a luoghi e musica? «Ho studiato architettura e quindi le città mi colpiscono molto anche esteticamente, ma finisco sempre per volerne raccontare l’anima attraverso la musica che vi è stata fatta e che poi magari ha influenzato il mondo». Il cinema diventa un cofanetto di memorie; il creativo un viaggiatore. «Se non conosciamo il passato non possiamo aspettarci un buon futuro, perché il passato è un’arma che può essere usata nella lotta per il futuro». Julien Temple era la persona giusta al posto giusto al momento giusto, e ha saputo raccontare un momento irripetibile della storia musicale. «Ripensandoci adesso, il punk non ha avuto successo – spiega -, però era un modo diverso di guardare il mondo, più libero». A proposito del suo Absolute Beginners (1986), che in Italia è diventato un cult per un’intera generazione, il regista si dice lusingato ma ammette di non ricordarlo con piacere perché l’insuccesso commerciale in Gran Bretagna lo costrinse ad andare a lavorare negli Stati Uniti. Mentre in chiusura gli si domanda cosa rimpiange degli anni Settanta e di quella particolare fase della sua vita: «Naturalmente mi manca l’atmosfera… ma, più di tutto, mi manca Joe Strummer».