Polish Film Festival a Gdynia 2018. Incontro con Leszek Kopeć

Il direttore del Polish Film Festival, rassegna dedicata esclusivamente al cinema polacco, Leszek Kopeć, durante l’incontro con la piccola delegazione italiana arrivata a Gdynia, esordisce innanzitutto dicendosi molto contento per la selezione dei titoli ammessi in concorso ufficiale, la Main Competition che assegna i Leoni d’oro, ben 16, sintetizzati da un totale di 40 lavori arrivati nelle mani della commissione esaminatrice, che comprendono registi molto famosi in patria e conosciuti anche all’estero, affiancati a giovani registi dotati di grande talento. L’inedito di quest’anno è una sezione creata ex novo, Vision Apart, meno mainstream e più sperimentale, nata per sostituire la sezione Panorama, con la differenza che mentre quella precedente non prevedeva il concorso, questa vede in corsa 8 film per aggiudicarsi il premio.

“I film che vengono selezionati per il concorso principale, ma anche per le sezioni collaterali, sono parte dell’intera produzione polacca annuale, e arrivano tutti qui a Gdynia, il festival più importante dell’intera nazione. Per dare dei numeri, parliamo ogni anno di 50 lungometraggi, 50 mediometraggi e 150 cortometraggi, materiale da cui ricavare quello che sara mostrato nei giorni della manifestazione”.

Molta della produzione nazionale arriva dagli studenti delle 6 prestigiose scuole di cinema presenti in territorio polacco, 3 statali (Łódź, Katovice, Gdynia) e 3 private (2 a Varsavia ed una a Breslavia), con padri fondatori con nomi del calibro di Krzysztof Kieślowski e Andrzej Wajda. Una tradizione, quella polacca, che comprende grandi nomi dunque, tra cui quello di Roman Polański, che proprio dal Festival di Gdynia cinque anni fa è stato premiato per la carriera, un riconoscimento assegnato quest’anno a Jerzy Yurek Skolimowski. Polański arrivó in Polonia per presentare Venere in pelliccia e restare appena due giorni, come ricorda il direttore, poi la sua visita venne prolungata, su richiesta dello stesso regista, giorni in cui decise di visitare il paese, al quale è sentimentalmente legato, e di tenere alcune lezioni agli studenti, lunghe a volte più di tre ore. Proprio in una di quelle lezioni espresse il suo sarcasmo riferito a Lars von Trier, per il quale evidentemente non nutre molta stima professionale.

“Polański mi disse che la sua grande passione erano le automobili. Lasció la Polonia cinque anni prima dei fatti del Marzo del 68, non a causa delle persecuzioni, ma perchè i suoi lavori non piacevano al potere. Una delle sezioni quest’anno è dedicata proprio a quel periodo storico, con l’intento di raccontare la persecuzione antisemita del governo comunista dell’epoca. Vennero cacciate, o scapparono, circa 500000 persone, tra cui tanti cineasti. In quel periodo sono stati girati tanti lavori e Gdynia ha deciso di mostrarli, i fatti della repressione del regime sono intrecciati con quelli della rivolta studentesca”.

Un’altra delle retrospettive a carattere storico è quella dedicata al centenario dell’indipendenza, i cui titoli sono stati selezionati dal Ministero della Cultura e da alcuni cineasti polacchi tra quelli che rappresentano la storia e i sentimenti della nazione. Un progetto che vuole avere una finalità educativa indirizzata soprattutto verso le nuove generazioni, nate fuori dal contesto temporale di riferimento, e che permetta di sviluppare una coscienza degli avvenimenti. In questo discorso può essere compreso uno dei film più attesi di questa 43^edizione del Fpff, non a caso scelto come titolo d’inaugurazione del festival, The Butler, che inizia il suo racconto dai primi anni del ventesimo secolo per arrivare nella parte finale al periodo del secondo dopoguerra, un intervallo che ha visto delle profonde modifiche nell’intera Europa e nello specifico territorio polacco.

“L’importanza di questo film risiede prima di tutto nel fatto che riguarda direttamente questa regione, la Pomerania, con le tre culture che richiama alla memoria. quella tedesca, quella polacca e quella kashubia, che è una popolazione paragonabile ai baschi della Spagna. La loro lingua è il kashubo, che è di origine slava e non tedesca, c’è anche una teoria che li avvicina alla cultura scandinava. Hanno sempre rappresentato una minoranza, che sia i polacchi che i tedeschi hanno cercato di reprimere. Dopo il trattato di Versailles si sono uniti alla Polonia, ma alla fine della Seconda Guerra Mondiale i tedeschi decisero di eliminarli. Queste popolazioni hanno vissuto in relativa tranquillità con una convivenza pacifica fino all’avvento del nazismo. Questo rende il film particolarmente importante”.