Race – Il colore della vittoria, di Stephen Hopkins

Cineasta eclettico e capace di portare a casa titoli solidi (Cuba Libre, Spiriti nelle tenebre, Blown away) come progetti particolarmente disastrosi (Lost in space, I segni del male), Stephen Hopkins è da tempo decisivo nelle scuderie dei registi tv di serie A in progetti come Californication e 24 (gli episodi firmati per la prima stagione delle giornate nere di Jack Bauer sono tra i più clamorosi). Qui ritenta la carta-biopic che gli portò particolare fortuna e successo con Tu chiamami Peter, e si focalizza sul racconto del trionfo dell’afroamericano Jesse Owens alle Olimpiadi nella Berlino di Goebbels e Hitler del 1936.

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Il tono della ricostruzione si riallaccia a quello particolarmente ingenuo e pastello del biografico su Sellers, mantenendosi in superficie su gran parte degli aspetti politico/sociali del racconto. L’unica interpretazione possibile diventa quella dell’epica e del Mito, portata avanti con un’attenzione da vecchio volpone dell’industria hollywoodiana: solidissima gestione del ritmo e dei tempi, attenzione precisa a tutte le traiettorie narrative (il rapporto atleta/allenatore, l’aspetto sentimentale, la famiglia e gli amici), aderenza strepitosa ai canoni della formula sportiva (training, ascesa e caduta, trionfo finale sovrumano).
Il film di Hopkins sembra così piazzarsi a metà strada tra due messinscene sulla leggenda che diventa immaginario popolare firmate da Eastwood negli ultimi anni, e cioè tra Invictus e Jersey Boys (qualcuno ricordava in questi giorni d’altronde che Jesse Owens rimase sempre un convinto repubblicano…).

A Eastwood dobbiamo d’altra parte le riflessioni più lucide e profonde sulla figura dello stadio nel cinema contemporaneo, ed è proprio quando Race si fa racconto dell’anima nascosta dell’Olympiastadium, che tira fuori il perno nascosto della sua struttura. Ecco che Hopkins ci regala un inedito e inaspettato ritratto di Leni Riefenstahl, che in quello stadio e durante quei Giochi sperimentò tutta la potenza espressiva della macchina spettacolare del cinema: e Race si trasforma nell’istantanea del momento preciso in cui la Storia, la favola e la propria rappresentazione attraverso l’obiettivo del dispositivo si incrociano esplosivamente.
E’ da quegli spalti che Hopkins manda a segno le sequenze migliori della sua creatura, compreso l’immancabile articolatissimo pianosequenza a seguire il protagonista nella sua prima passeggiata sul prato dello stadio, che potrebbe quasi gettare un ponte di senso tra Race e Creed.
Ancora una volta l’immagine-stadio è un’immagine truffaldina, che cela i loschi accordi presi tra il Reich e il costruttore Brundage a nome del Comitato Olimpico USA per ripulire le evidenze dell’orrore nazista almeno durante lo svolgimento della manifestazione.

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Allora, basterebbe prestare attenzione al tono delle interpretazioni messe in campo dall’operazione, da un Jeremy Irons maneggione e grufolante nel ruolo di Brundage, all’allenatore di squadre collegiali dal volto buono ma deciso di Jason Sudeikis, fino alla strepitosa Leni Riefenstahl di Carice Van Houten, interprete puntualmente sopraffina, o l’edificante protagonista Stephan James, per rendersi conto da subito della sfumatura quasi fiabesca approcciata da Hopkins.

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L’impianto motivazionale è salvo, l’unità nazionale e multietnica (l’amicizia pubblica con il rivale tedesco Luz Long) che fa andare su tutte le furie i cattivi, pure.

Titolo originale: Race

Regia: Stephen Hopkins

Interpreti: Stephan James, Jason Sudeikis, Jeremy Irons, Carice van Houten, William Hurt

Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 134′

Origine: Francia/Germania/Canada 2016