Ray Liotta, gli occhi del crimine

Un volto e uno sguardo capaci di bucare lo schermo e di re-inventare la figura del villain. Ecco il nostro ricordo del grande Ray Liotta (1954-2022).

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Che faccia che aveva Ray Liotta. Che occhi soprattutto! Bucavano lo schermo in una sintesi unica di fascino, cinismo, malinconia. E poi un timbro vocale pazzesco. Ascoltare la sua voice over di Quei bravi ragazzi in lingua originale è quasi un “film nel film”: “Get to live the rest of my life as a schnook!”. Ha spesso interpretato personaggi violenti e dilaniati come complicata è stata la sua infanzia. Cresciuto in un orfanotrofio, venne adottato da una famiglia italo-americana e studiò recitazione all’Università di Miami. Tra il 1986 e il 1990 interpreta tre capolavori: Qualcosa di travolgente di Jonathan Demme, L’uomo dei sogni di Phil Alden Robinson e appunto Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese.

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È straordinario nel ruolo di Ray Sinclair, il galeotto che esce di prigione per riprendersi la moglie Melanie Griffith in Qualcosa di travolgente. La sua entrata in scena trasforma la commedia di Demme in un morboso e nevrotico thriller e vale all’attore la sua unica nomination ai Golden Globe. Nel bellissimo L’uomo dei sogni appare come fantasma a Kevin Costner per convincerlo a costruire un campo da baseball e far ritornare dal passato il padre e la squadra dei Black Sox. American Way of Life.

La maggior parte del pubblico lo conosce e lo ricorda per il ruolo di Henry Hill nel film di Scorsese, dove di fatto è il protagonista attorno a cui ruotano gli assoli di De Niro e Joe Pesci. Eppure il suo è un personaggio epocale (e un’interpretazione memorabile) che re-inventa l’icona del gangster in un dinamismo pop che fonde Perry Como, Paul Muni, la cocaina e Sid Vicious. Stranamente ha realizzato solo un film con Martin Scorsese, mentre ha recitato in due occasioni per James Mangold, che lo ha ricordato con un commosso tweet: nel corale Copland e nel thriller Identity. A partire dal sottovalutato Fuga da Absolom di Martin Campbell (1994) la sua carriera è parsa rallentare di intensità e rinunciare a ruoli da protagonista. Nel potente Narc di Joe Carnahan (2003), interpreta un poliziotto corrotto e fornisce una delle sue interpretazioni migliori. È straordinario come avvocato difensore di Adam Driver nel più recente Storia di un matrimonio. Nel ricordarlo sui social Paul Schrader, con cui ha lavorato in Le due verità (1999), si è rammaricato per non avergli fornito un film migliore.

Volevamo molto bene a Ray Liotta. Forse per questo non ci era mai piaciuta fino in fondo la perversa mattanza concettuale al rallentatore a cui lo sottoponeva Andrew Dominik in una scena del suo anti-gangster Cogan – Killing them softly. Non era un seguace del “metodo”. Non si trasformava fisicamente e psicologicamente a seconda dei ruoli che interpretava. Ray Liotta era Ray Liotta, ma allo stesso tempo sapeva attraversare film e generi differenti. Il fatto che non sia stato neppure una volta candidato all’Oscar resta uno dei grandi misteri della storia del cinema.

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