Rendez-vous 2019 – Maya, di Mia Hansen-Løve

It is all a rhythm/ from the shutting door, to the window/ opening,
the seasons, the sun’s light, the moon/ the oceans, the growing of things/ the mind in men/
personal recurring/ in them again/ thinking the end/ is not the end

The Rhythm, Robert Creeley

 

È tutto un ritmo il cinema di Mia Hansen-Løve. I versi di Robert Creeley che chiudevano la parabola di Eden non sono soltanto racchiusi nell’esperienza limite dei protagonisti del french touch, ma si allargano a una precisa idea di mondo e della sua rappresentazione filmica.
In Maya, però, la cineasta francese non parte da uno spunto privato. Non si astrae dalla realtà che ci circonda, ma denuncia semmai, con grande onestà, un senso di inadeguatezza nel raccontarla. Ecco allora che il film ci scaraventa in questo lungo prologo denso di immagini a cui ci siamo, tristemente, abituati. Quelle, dalla perfetta risoluzione digitale, dei telegiornali, che raccontano di ostaggi da liberare, di diatribe politiche sui costi pubblici di questi salvataggi, di ritorni a casa quando nulla potrà più essere come prima.

Per Gabriel (Roman Kolinka, figlio di Marie Trintignant e nipote di Jean-Louis, al terzo film con Mia Hansen-Løve, dopo un piccolo ma toccante ruolo in Eden e quello da protagonista con Isabelle Huppert in L’avenir), giovane reporter di guerra, il ritorno dalla prigionia in Siria alla Parigi degli affetti è un evento straniante, vissuto in terza persona attraverso le notizie dei media. Ma in quelle immagini televisive non c’è nulla del suo smarrimento, di quella tensione che lo fa muovere inquieto in una città colpita e ferita e che la Hansen-Løve stessa sembra stentare a riconoscere, pur tra i soliti, nervosi andirivieni nelle strade, nei café abituali.

C’è solo da fuggire da quest’Europa di fantasmi e la via, come per i giovani après mai dell’Assayas di appena qualche anno fa, diventa l’India, il suo calore, la sua energia incontaminata.
È qui che inizia l’altro film, qui che parte la quest del protagonista alla ricerca di un nuovo contatto con le cose, che si somma a quella della regista di una centralità dei sensi, da sempre squisito tratto delle sue opere.

C’è sempre un prima e un dopo nei film di Mia Hansen-Løve. La reazione emotiva a un evento scatenante dopo il quale nulla sarà mai più uguale. Il primo amour de jeunesse, un lutto, la prigionia, l’impatto con una melodia che diverrà ossessione. E c’è sempre una peregrinazione, un limbo entro cui sostare pazientemente, in attesa di una rinascita, perché la fine non è mai davvero la fine.
La lunga sezione indiana dell’opera possiede la stessa pace, la quiete accaldata di cui erano quasi ostaggi i personaggi de Il fiume di Jean Renoir. E qui Mia Hansen-Løve ritrova il suo tratto, la sua leggerezza, la mobilità estrema con cui segue Gabriel e la giovanissima Maya (Aarshi Banerjee, al debutto cinematografico) nei loro giri in scooter per le strade di Goa, sulle spiagge, nei ritrovi di questa nuova gioventù indiana, presa in mezzo tra l’attaccamento a certe tradizioni e una inevitabile occidentalizzazione.

Il film diventa allora un delicato romanzo di formazione balneare, di pedinamento pop nel nightclubbing sul mare arabico, di erranze e viaggi che si dipanano nell’arco di mesi dal nord al sud dell’India, fino all’incontro con la madre perduta e ritrovata per un attimo, quando Oriente e Occidente si toccano nuovamente.
Forse nessuno sa descrivere la giovinezza come Mia Hansen-Løve, per lo meno nessuno sa farlo dal di dentro, come se questa cineasta fosse un’eterna adolescente, capace di rimanere visceralmente attaccata a quelle emozioni, di raccontarne il battito, il ritmo sì, la calma dell’alba dopo le nuits fauves. Maya racconta null’altro che la piccola storia di un amore acerbo e puro, che dura il tempo necessario a donare una nuova luce al futuro. Eppure questo cinema dei sensi resta attaccato alla pelle, lasciando addosso una dolce malinconia, come riusciva, anni fa, a Sofia Coppola, facendoti desiderare subito l’arrivo dell’estate. Con uno stile e una poetica che, anche grazie a qualche inciampo ed errore di percorso, si fanno sempre più consapevoli e personali, senza neanche più bisogno di maestri e citazioni.