Ricochet, di Rodrigo Fiallega

C’è una nuova generazione di registi messicani che cerca di imporsi con il loro cinema che parla di morte, solitudine e sovversione sociale e politica. Una riflessione che trova apice massimo nell’intrecciarsi di vite e morti del cinema del primo Iñárritu, dove ogni parabola discendente segnava un altro lungo passo verso la redenzione in un sempre costante avvicinamento con la morte che poi diveniva nuova vita, luce dopo l’oscurità.

La luce però non è eterna, dopo il caos e la stabilità di un nuovo ordine c’è sempre una nuova guerriglia dietro l’angolo, nuova instabilità, nuovi sconfitti che veloci corrono ad armarsi. Sembra il fuoricampo che decide di raccontare Nuevo Orden di Michel Franco che per immagini segna la frase più famosa di Tomasi Di Lampedusa, e del suo Gattopardo, quando si parla di rovesciamenti di potere: Se vogliamo che tutto rimanga com’è, c’è bisogno che tutto cambi”.

Ma è un cambiamento fasullo ed effimero, il germe rimane sempre vivo, pronto ad instaurare un nuovo clima di terrore. Non c’è mai redenzione. Da qui sembra partire anche il nuovo film di Rodrigo Fiallega, Ricochet.

Martjin è uno straniero che ormai da vent’anni vive in Messico e che ha perso tutto. È un vinto, uno sconfitto che da anni non aspetta altro che il giusto momento per colpire di rimbalzo. Ha messo su famiglia, ma dopo una festa di paese suo figlio è stato ucciso e lui si è gravemente ammalato. Viene presentato come un eremita nel deserto e vive la sua esistenza svuotata nella solitudine che viene continuamente scossa dai ricordi e dalle visite dell’ex moglie e della figlia.

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Il passato ripiomba ferocemente, e Martjin è costretto a confrontarsi con tutti i suoi fantasmi; consapevole che la sua esistenza è scivolata via come un quadro da un chiodo poco saldo. Quando verrà a conoscenza del rilascio dell’assassino del figlio, armato di vendetta, cercherà di riportare in alto quel quadro caduto, colpendo forte e cercando di ristabilire quel caos emotivo che porta ancora le tracce di una passata felicità familiare. Segna col sangue la sua rinascita, ma ormai sporco e appesantito nessun chiodo storto sistemerà il quadro della sua situazione. Altro non gli resta che attendere sopra la tomba che gli si venga fatto spazio.

Un racconto esistenzialista che parla di morti che ricercano la vita tramite la morte stessa, dai ritmi sospesi, forse anche troppo, che trova il suo slancio solo nei dieci minuti finali. Fiallega utilizza una messa in scena che pecca di un certo manierismo fatto di campi larghi e piani sequenza a seguire la nuca del protagonista, che vogliono nascondere alla mdp la sua essenza fantasmatica, e che poi, nel secondo atto, quando si ripresentano gli affetti passati, compie la scelta di accennare ad un avvicinamento verso il protagonista.

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Una sottolineatura che, per quanto possa essere affascinante, sa di già visto e segna un non indifferente limite del plot. Non c’è redenzione nel deserto messicano. Non c’è più vita ad aspettarci dopo l’ultima corsa in moto.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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