Ritornare agli anni '70: Harris Savides

harris savides sul set con sofia coppolaAveva appena finito le riprese con Sofia Coppola in The Bling Ring con cui aveva già collaborato in Somewhere. E forse si stava preparando a lavorare al prossimo progetto di Gus Van Sant con cui aveva cominciato a lavorare da Scoprendo Forrester nel 2000 per poi proseguire poi quasi senza interruzione. Iniziando proprio da Gerry (2002), dove si vede la sua mano proprio nei piani-sequenza e nell'uso della steadicam, tappa come ammette lui stesso fondamentale: "Gerry è stato per me – aveva detto Harris Savides – un film molto importante, una pietra miliare. Dopo aver lavorato in questo film mi sono sentito come se avessi capito come filmare per la prima volta. In una lavorazione così semplice, ho acquisito una confidenza che non ho mai avuto prima". e da questo film si passa ad Elephant (2003), Last Days (2004)  Milk (2008) per finire all'ultimo L'amore che resta (2011), con la sola interruzione di Paranoid Park, la cui fotografia è stata firmata da Christopher Doyle. Harris Savides ci ha lasciati improvvisamente ieri a 55 anni.

Con un'estetica sempre riconoscibile nel lasciare intravedere la fonti di luce sull'oggetto, i colori accesi che diventavano quasi glaciali e portavano quasi i segni del tempo dell'epoca in cui erano ambientati i film di cui era direttore della fotografia, spesso ambientati negli anni '70. Questo decennio prende forma, s'infuoca, diventa iperrealista, si rivive non sole come se si fosse tornati indietro nel tempo ma anche quasi attraverso gli occhi e i ricordi di chi lo riproduce. Non è soltanto il caso, per esempio di Milk, ma anche di Zodiac (2007) di David Fincher dove proprio con lui il regista usa per la prima volta il digitale, o nello stesso anno, di American Gangster di Ridley Scott dove venivano quasi esaltati i contrasti tra la luce e l'ombra, le tonalità sembravano perdere consistenza e si aveva quasi l'illusione del bianco e nero. E se gli anni '70 non venivano ricostruiti, potevano tornare anche come atmosfera, quasi la proiezione di una nostalgia perduta come in Somewhere.

gerry di gus van santIn una gran bella intervista, That's 70 Look di David Schwartz pubblicata su www.movingimnagesource.com il 26 marzo del 2010 veniva infatti sottolineato come Savides fosse, come devoto cinefilo, il diretto erede di certi autori del cinema di quel dcecennio, dagli statunitensi Bob Rafelson, Alan J. Pakula e Robert Altman agli europei Eric Rohmer, Andrei Tarkovskij ed Ingmar Bergman. E quindi, di conseguenza, debitori di maestri della luce come Gordon Willis, Conrad Hall, Sven Nykvist, Nestor Almendros, Laszlo Kovacs e Vilmos Zsigmond in cui si univa il naturalismo con la stilizzazione.

Nato a New York il 28 settembre del 1957, si è in fotografia presso la School of Visual Arts di New York, è stato l'unico ad aver vinto 3 MTV Video Music Awards per la miglior forografia e sempre l'unico ad averlo fatto per due volte di fila per  i video Rain di Madonna ed Everybody Hurts dei R.E.M.Dei suoi lavori degli anni '80 vanno ricordati soprattutto Omicidio a New Orleans (1996) di Phil Joanou, The Game. Nessuna regola (1997) primo lavoro con David Fincher e poi Illuminata (1998) di John Turturro.

Nel decennio successivo, oltre agli straordinari chiaroscuri che sembrano mantenere la tragedia implosa in The Yards (2000) di James Gray, o i quadri fissi tra esterno e interno dove però i fasci cromatici sembrano muoversi nella doppia direzione in Basta che funzioni (2009) di Woody Allen, lascia il segno anche in Birth. Io sono Sean (2004) di Jonathan Glazer e in due film di Noah Baumbauch, Il matrimonio di mia sorella (2007) e Lo stravagante mondo di Greenberg (2010).

Due considerazioni a lato. La prima: non ha mai vinto un Oscar. La seconda: cosa sarà il cinema di Gus Van Sant senza il suo apporto e come e in cosa muterà?

 

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