#RomaFF10 – No Festival Yes Party

Il nostro bilancio finale della 10° edizione della Festa del Cinema di Roma. Dove si sente tanta tanta tanta nostalgia per le tre edizioni dirette da Marco Müller

Prima Festa, poi Festival, poi di nuovo Festa. Roma ritorna agli ‘antichi splendori’ del 2006, quando veniva fatto un grande evento cinematografico per una grande città. L’Auditorum diventava il luogo d’incontro privilegiato per appassionati e cinefili, i ragazzini presenti a una proiezione di Alice nella città cantavano ‘po po po po po po po’ a Luc Besson ricordandogli chi aveva vinto il Mondiale di calcio contro la Francia quell’anno e l’allora Sindaco Veltroni, per combinare l’anima culturale e quella popolare dell’evento diceva: “Roma (allungando la vocale sulla o) non è soltanto la città de La dolce vita ma è anche la città di Caro diario“.

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leonardo di caprio e claire danes in romeo & giuliettaPassano 9 anni. Si arriva così alla 10° edizione. Superata la ‘tempesta Müller” la  manifestazione si riappropria finalmente della sua antica identità. Non c’è concorso, non c’è giuria perché chi ‘meglio del pubblico può giudicare qual’è il miglior film’ (come a Toronto). Ma c’è una grande passione e un immenso amore per il Cinema (sì quello con la C maiuscola). Prima dei film si vedono frammenti famosi: la gag della scarpa di Peter Sellers in Hollywod Party, la scena del ballo di Il gattopardo, lo sguardo nell’acquario tra Leonardo DiCaprio e Claire Danes in Romeo & Giulietta. Cinema d’autore, la grande commedia classica e uno sguardo alle ragazzine di 20 anni fa per un ‘teenager-movie’ (??) come quello di Luhrmann (????). Ah, si dimenticava anche l’indimenticabile Robin Williams in La leggenda del Re Pescatore di Terry Gilliam. Giù applausi. Felice contaminazione alto e basso. Renato Nicolini e Massenzio non sono mai passati di qui.

E poi piacevoli e garbati ‘incontri ravvicinati’ coordinati dal direttore artistico Antonio Monda (??). Con Jude Law, Joel Coen e Frances McDormand, Paolo Sorrentino, Wes Anderson, William Friedkin e Dario Argento, Todd Haynes, Pablo Larraín, Paolo Villaggio (che, eheheheh, ha creato qualche sudore freddo con quella sua battutina su Renzi e il Papa), Carlo Verdone – novità assoluta, lui al Festival pardon Festa non c’era mai venuto (????)- e Paola Cortellesi. E siccome il cinema non è cinema se non si contamina con le altre arti, spazio anche alla scrittrice statunitense Donna Tartt (leggetelo Il cardellino, ha vinto il Premio Pulitzer nel 2014), il grande direttore d’orchestra Riccardo Muti, e uno dei più famosi architetti del mondo Renzo Piano – che ha progettato l’Auditorium, struttura adatta per musica, cinema, teatro, danza e anche per qualche partita di pallamano ma non per il basket, mancano i canestri – che ci ricorda Rossellini che gli ha insegnato a guardare negli occhi della gente quando guarda gli edifici.

Il Festival, scusate Festa del cinema torna quindi al format dell’Auditorium. Quello che fa il pienone la domenica mattina quando parlano filosofi, scrittori. Manca qualche politico, ci voleva il Ministro Franceschini. Ah no, lui è venuto al convegno sulla pirateria.

Bene, questa è la Festa. Poi c’è un’altra Festa. Vista da degli smanettoni logori del web come Sentieri Selvaggi, simili a quei gruppi rock che non hanno mai avuto molto successo e che ormai si esibiscono, anche male, in quelle piazze di paese prima di Ferragosto. La Festa guardata di chi non ha visto ospiti per gran parte dei film della selezione ufficiale (leviamo Zemeckis, ma non c’erano neanche Johnnie To o Sion Sono per esempio), di incontri ravvicinati spesso poco interessanti tranne quello con Paolo Sorrentino, di film anche ottimi come possono essere anche i film in uscita nelle sale nelle prossime due o tre settimane. Dove, dopo 10 edizioni, ci sono ancora delle gaffes organizzative come la consegna degli occhialetti 3D dopo la prima rampa della Sala Petrassi e chi poi ha problemi di deambulazione e deve salire in sala con l’ascensore è costretto a vedersi un altro film. Certo c’è ‘Alice nella città’ che è diventata una specie di ‘isola felice’: oltre a Gondry con Microbe & Gasoline c’era per esempio uno dei cineasti statunitensi, secondo noi, più validi come Paul Weitz, protagonista, qui sì, di un’interessantissima masterclass.

joseph gordon-levitt in the walkInoltre, dopo Cannes, Venezia e Locarno, la Festa potrebbe essere una specie di ‘Toronto a Roma’. Una parte dei titoli vengono da lì. A comincare dal vincitore Angry Indian Goddesses (Pan Nalin) e i film d’apertura Truth (James Vanderbilt) con Robert Redford e Cate Blanchett, per proseguire con Ville-Marie (Guy Edoin), Land of Mine (Martin Zandvliet), Eva no duerme (Pablo Aguero), Full Contact (David Verbeek), Campo Grande (Sandra Kogut). E ancora, arrivano da lì anche il tanto celebrato Room di Lenny Abrahamson oltre a Sion Sono (The Whispering Star) e Johnnie To (Office 3D). Nell’editoriale dopo il Festival di Venezia, parlavamo di concorrenza tra il Lido e Roma con date troppo vicine. Beh, dopo questa edizione, possiamo tranquillamente dire che ci siamo sbagliati. Non c’è competizione in un festival scusate festa che prende buona parte dei film da un altro festival, che presenta gran parte di titoli di prossima uscita. Con questa struttura, come si è visto, per Sentieri Selvaggi è comunque necessario seguire l’evento. Perché Roma ha comunque una sua utilità, con anteprime stampa e conferenze compresse in 9 giorni. Una specie di giornate professionali del cinema che durano di più. Ma al di là di questo?

marco mullerPoi i numeri. Un calo abbastanza vistoso. 35.720 biglietti venduti (-21% in meno rispetto allo scorso anno), 12.936 ingressi gratuiti (33% in meno rispetto allo scorso anno), per un incasso complessivo di 215.852 euro (68.000 euro in meno – circa il 20% – rispetto ai 293.000 euro dello scorso anno). Ma, secondo il Direttore Artistico Antonio Monda, come ha detto nel suo articolo pubblicato sull’Huffington Post lo scorso 25 settembre “i numeri sono dalla nostra parte: nonostante la perdita della Santa Cecilia, la più grande delle sale dell’Auditorium, e di un giorno di programmazione in meno, abbiamo un avuto un risultato positivo. Abbiamo potuto mettere in vendita 13.000 biglietti in meno, ma ne abbiamo persi soltanto 9.000, il che significa che abbiamo avuto un incremento di 4.000 spettatori, equivalente circa al sei per cento del totale: ringrazio il pubblico per aver risposto così bene alla mia proposta”. Magie della matematica, non c’è che dire. Poi quest’anno c’era la sala Mazda ma non ci siamo accorti che si trattava in realtà di un’installazione di arte contemporanea.

Eppure, a detta di molta stampa soprattutto romana era soprattutto con la Direzione di Marco Müller che il pubblico era sparito. Per i suoi tre anni, dove Roma ha provato davvero ad essere un ‘vero’ festival internazionale, c’è tanta tanta tanta tanta nostalgia. Per quella capacità di contaminazione, quella sì autentica, capace di affollare l’Auditorium con l’evento Hunger Games e celebrare insieme Aleksei Yuryevich German. Dove aveva provato ad essere un evento davvero internazionale con la presenza, per la prima volta, di alcuni giornalisti spesso presenti anche a Cannes e Berlino che quest’anno sono di nuovo scomparsi. Ma non sembra neanche una manifestazione nazionale. Parliamoci chiaro. Non è né Venezia, né Torino che hanno sì una storia e un tradizione alle spalle. E’ la Festa di Roma, con la sua aria tipica un po’ spaccona, un po’ presuntuosa e spesso inconcludente. Perché “Roma non è soltanto la città de La dolce vita ma è anche la città di Caro diario”.

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