#RomaFF12 – Incontro con Christoph Waltz

Sin dal’inizio, l’attore austriaco tedesco mostra al pubblico com’è fatto, parlando di ciò che ama e sottolineando quello che non gli piace per niente. E senza abbandonare mai il solito sorriso

Più che un film di Christoph Waltz, sembra la versione romana di The Hunger Games. Dopo tre ore di attesa nella rush line degli accreditati per l’incontro con l’attore austriaco-tedesco alla Festa del Cinema di Roma, e senza aver la certezza assoluta di riuscire ad entrare in Sala Petrassi, la pace e confraternita iniziale si avvicina di più alla legge della giungla. Una signora con un accredito misterioso va in giro tra le file, rivelando la sua profezia: “attenti ragazzi, quando aprono le porte questa diventerà una guerra, dovete sbrigarvi perché non ce la fanno tutti, se entra lui non entri tu”, sentenzia tenendo fisso lo sguardo. Poi la profeta misteriosa sparisce, lasciando tra di sé i primi indizi di paranoia collettiva.

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10 minuti dopo, ancora in vita e senza aver ammazzato nessuno, ci troviamo già in sala. Fino a questo punto, Waltz esiste soltanto nello schermo che proietta il tappeto rosso; lì, dove ancora c’è il sole, lo vediamo camminare senza fretta, gentile, tranquillo, con le mani in tasca e il suo solito sorriso stampato in faccia. Poi, all’improvviso, l’attore si rende piccolo e si trova sul palcoscenico accanto a Antonio Monda, pronto per essere intervistato. E sin dal’inizio, fa vedere com’è fatto: “prima di cominciare, vorrei dire una cosa: io odio i selfie e i social”. 

La conversazione inizia con il rapporto tra Waltz e Tarantino; dopo aver visto una clip di Bastardi senza gloria, e di fronte alla domanda di Monda riguardo all’improvvisazione nel suo cinema, l’attore enfatizza: “con Tarantino non c’è bisogno d’improvvisare, lui ha tutto chiaro in testa e poi lo mette nella sceneggiatura. Quello che mi piace di più dell suo cinema è la scrittura, la sua genialità è tutta lì. Devo dire, io non improvviso mai! Mi sembra una mancanza di rispetto in confronti degli sceneggiatori, se è ben scritto non c’è bisogno”. La seguente domanda – se per lui è stato diverso lavorare con Polanski in confronto a Tarantino – lo lascia un po’ perplesso: “Eh sì, certo che sono molto diversi! Hanno personalità diverse e rappresentano ognuno un’epoca e un modo di fare cinema differente …”

“C’è qualche ruolo che vorresti aver interpretato ma non ti è stato assegnato?”, chiede Monda. Senza abbandonare il sorriso, Waltz risponde: “sì, tanti, e anche dei film che vorrei aver diretto, ma non ho voglia di rivelare quali”. E anche se fino ad adesso lui è stato un gentiluomo, viene fuori la sua tendenza a interpretare “il cattivo”: “Allora, io ho cominciato a fare questo mestiere 35 anni prima d’arrivare a Hollywood, ho lavorato in un sacco di film, TV, teatro, direi che ho fatto più di 135 ruoli e tutto sommato, la maggior parte non sono quelli del cattivo”. Davanti all’insistenza del’intervistatore, Christopher aggiunge: “Forse dopo aver lavorato con Tarantino mi hanno cercato di più per fare il ruolo del cattivo. Ormai, fare il cattivo è infinitamente più interessante che fare il buono!”

L’incontro continua a svolgersi tra domande e clip, dove Waltz interpreta un nazista, un dentista/assassino, un capitano e un uomo d’affari di New York. Riguardo a come prepara i suoi ruoli, risponde: “per me questa cosa di prepararsi in profondità, fare una ricerca, studiare la storia della Germania per interpretare un nazista, è sopravvalutata. Secondo me, la fantasia, l’immaginazione, è lo strumento più potente per prepararsi“. E anche se confessa di aver amato Marlon Brando da giovane, riconosce che oggi non riesce nemmeno a vedere alcuni dei suoi film: “il bello è che i punti di riferimento cambiano secondo il tuo sviluppo, e anche quelli che ammiri tanto possono fare delle cose brutte. “

Dopo le clip di tre dei film da lui più amati, Il momento della verità di Rosi, Vivere di Kurosawa e l Vitelloni di Fellini, – tutti e tre, dice lui, “film sulle persone che vogliono trovare un posto nella società e fare la differenza” – Waltz diventa particolarmente entusiasta e confessa di trovare nel cinema di Fellini, oltre a un modo di fare italiano, un’autenticità universale. Passata l’emotività, arriva l’ultima domanda: “Se fossi da solo in un’isola deserta e potessi portare soltanto un film, quale sceglieresti?” “Allora”, dice Waltz, “muoio di fame e di sete prima di dover scegliere”. “Ma se ti portassimo del cibo?” ribatte Monda. “Allora non sarei da solo!”, dice ridendo. Il suo ultimo pensiero finisce con un applauso da parte di tutti i sopravvissuti, che sicuramente lo sceglierebbero per rimanere in un’isola deserta: “Non posso scegliere un film perché sono sicuro che tra mezz’ora, avrei cambiato idea. Non possiamo fare della nostra opinione una ideologia”.