#RomaFF14 – Pavarotti, di Ron Howard

All’inizio sembra di essere nell’allucinato sequel di Fitzcarraldo. È il 1995: il sogno folle di portare l’Opera nel cuore della foresta non ha prodotto che un gigantesco teatro vuoto, sperduto nel nulla, tra le curve del Rio delle Amazzoni. Pavarotti si trova a navigare da quelle parti, come fosse una specie di missionario evangelico venuto a predicare agli indios. Esprime il desiderio di cantare lì dove si era esibito il grande Caruso. Ma il teatro è chiuso. Qualcuno, finalmente, gli apre le porte e lì, sul palco, davanti a pochissimi testimoni, intona Vucchella (versi di Gabriele D’Annunzio e musiche di Francesco Paolo Tosti), una canzone quasi segreta, poco frequentata (a parte nelle notti delle bevute campane), piccolissima, esile, interamente giocata sui diminuitivi: “Dammillo e pigliatillo nu vaso piccerillo, comm’a chesta vucchella, che pare na rusella nu poco pocorillo appassuliatella”… Il tutto ripreso quasi clandestinamente dalla videocamera “a bassa definizione” di Andrea Griminelli, il musicista che accompagna Pavarotti in quel viaggio sudamericano.

L’enorme e il minimo. È già tutta qui, in questi contrasti paradossali e questi ossimori, la chiave segreta del ritratto che Ron Howard dedica a Pavarotti. Un uomo dalla mole smisurata, ma dall’entusiasmo fanciullesco e dalla fiducia quasi immacolata. Una star di fama planetaria, ricco, potente, ma umile e fragile. Una voce potentissima, ma al tempo stesso delicata, capace di risuonare di vibrazioni ed emozioni sottili. Tecnica che sa di fatica e purezza del talento, metodo e istinto, il mondo e la provincia, i teatri e le arene piene e le pentole di casa per la pastasciutta, l’immagine pubblica e la vita privata che si inseguono negli alti e bassi di ogni curva parabolica. C’è quasi tutto nel ritratto. L’infanzia a Modena, l’amore per il canto sulle orme del padre panettiere e formidabile tenore, la madre che incoraggia a inseguire il sogno, gli anni dello studio, le prime apparizioni (La Bohème al Teatro di Reggio Emilia nel ’61), il matrimonio con Adua Veroni, i primi successi internazionali (sempre La Bohème al Covent Garden nel ’63, come sostituto di Giuseppe Di Stefano). E poi gli sconfinamenti eretici fuori dai teatri lirici, nelle sale da concerto della provincia americana, nei palazzetti, nelle grandi arene del rock. Fino all’apoteosi “pop”, le apparizioni in TV, gli spot, il grande successo dei concerti dei Tre Tenori (con Plácido Domingo e José Carreras) agli inizi degli anni ’90, la serie dei raduni di beneficenza Pavarotti & Friends… E, naturalmente, la vita “normale”, il matrimonio, le figlie, il rapporto con le donne e con l’industria, le amicizie, Lady Diana e la gente “qualunque”, le gioie e le malattie. Fino all’incontro con l’ultima compagna, Nicoletta Mantovani, momento decisivo di crisi e di svolta.

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In verità, qualcosa non è del tutto a fuoco, sembra sfumare nel non detto. Come, ad esempio, i risvolti della rottura con il “terribile” agente americano Herbert Breslin dopo l’escalation della strategia mediatica dell’impresario Tibor Rudas, che applica il suo arrembante metodo Atlantic City alle apparizioni di Pavarotti. O, ancora, tutta la complessità del rapporto umano con Madelyn Renée, incontrata durante una masterclass alla Juilliard School di New York. Ma quello di Ron Howard rimane, comunque, un lavoro di ricostruzione esemplare che cerca di trovare l’equilibrio tra l’oggettività e la fascinazione del personaggio. Del resto, dopo aver raccontato i tour americani dei Beatles e il dietro le quinte del festival di Jay-Z, Howard approccia la musica lirica con lo spirito del neofita. E perciò ha bisogno di un’introduzione per principianti, di qualcosa che gli dia e ci dia le nozioni base per andare avanti: la tecnica e le caratteristiche del canto tenorile e le particolarità delle doti di Pavarotti, il diaframma, la respirazione, il do di petto. Ma dietro la voce, c’è il corpo. Così unico e mio, direbbe qualcuno…  E così le interviste didattiche e analitiche si alternano a quelle intime, degli affetti. Mentre lo smisurato materiale di repertorio, a volte davvero straordinario (il viaggio in Cina…), si muove tra il pubblico e il privato. Dalle registrazioni d’epoca rivitalizzate dall’orchestrazione del missaggio in Dolby Atmos di Chris Jenkins alle foto e ai video “di famiglia”, infinitamente moltiplicati dopo l’incontro con la Mantovani. Ma, alla fine, in qualche modo, è come se fosse proprio Pavarotti a raccontarsi in prima persona, con le sue confessioni, le sue battute, le sue interpretazioni. A volte non si capisce dove sia il personaggio e dove l’uomo. Il cerone confonde i tratti e tra il cantato e il parlato è come se non ci fosse pausa, nessun silenzio. Ma non importa. È come se nella vita, in fondo, l’epopea si mescolasse sempre al melodramma, la bassa frequenza con l’alta definizione del grande spettacolo. Documentario pop… Da Vucchella a Puccini è un respiro.

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