Ryan Murphy: a che prezzo Hollywood?

Murphy rilegge la Hollywood degli anni 40 con sensibilità contemporanea: manoscritto manzoniano per raccontare quanto l’ossessione del politicamente corretto ci avvicini al codice Hays? Su Netflix

Una volta calato il sipario sulla notte degli Oscar del ’48 ricostruita e colored-washed, il dubbio che rimane è se ci si trovi di fronte a un’operina ingenua o a una patinata trollata al Sistema. Ripassando velocemente il percorso artistico e produttivo di Ryan Murphy – da showrunner controverso, dai pilot così audaci da essere spesso rigettati dalle produzioni a golden boy dell’industria televisiva –  tenderemmo a propendere per la seconda possibilità. Perché se c’è una caratteristica che non ci sentiremmo mai di attribuire a questo spiritello platinato è l’ingenuità. Rispetto agli ultimi lavori di Murphy – tra cui il sottovalutato The PoliticianHollywood muove infatti in una direzione completamente diversa. Non si tratta più, come ai tempi di Glee, di edulcorare personaggi e situazioni al fine di piegare il Sistema al messaggio: l’innocente coro dei ragazzini dell’Ohio era un cavallo di Troia iridescente che celava nel proprio ventre il kitsch fuori controllo di Popular, il padre di famiglia transessuale del pilot Pretty/Handsome, rifiutato dal network F/X nel 2008 e tutte quelle storture, quei freak che sono sempre stati il nucleo centrale della scrittura del trio Murphy-Falchuk-Brennan.
Una volta raggiunte, grazie agli introiti della serie, l’autonomia e la libertà creative necessarie a far digerire ai network il suo universo e la sua cifra stilistica, Murphy ha continuato a lavorare sul sottotesto, sui messaggi subliminali, avendo cura di allestire in primo piano un teatrino camp sul quale convogliare l’attenzione generale.

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Da grande appassionato del musical e del mélo classici, ha introiettato le finestre e gli schermi che incorniciavano e imprigionavano le eroine sirkiane, cogliendo i messaggi nascosti di un Cinema che era grande perché diceva parlando d’altro.
Negli anni ha dimostrato di avere assimilato in tal senso la lezione dei classici, attingendo alle biografie maledette per raccontare luci e ombre dei sistemi di potere: OJ Simpson, Versace, le Bette Davis e Joan Crawford di Feud sono tutti simboli di mondi che celano mostri appena se ne scalfisca la superficie. Storie di razzismo, omofobia, sessismo, raccontate col gusto morboso della rivista scandalistica e della soap opera, in un continuo rilancio di generi e stili, trionfo del barocco su schermo televisivo.
Ora, tutto questo in Hollywood sale in superficie e il sottotesto assurge a linea narrativa principale. Il drammatico conflitto identitario – l’essere mezzo asiatico e omosessuale nell’America wasp – che portava alla follia l’Andrew Cunanan di Darren Criss in Versace si risolve qui in un paio di concilianti battute dell’esordiente regista à la Frank Capra, come accade a tutti gli altri protagonisti: l’ex soldato costretto in un matrimonio infelice, l’attrice black eternamente relegata al ruolo di cameriera, lo sceneggiatore gay e marchettaro che finisce per innamorarsi di un ancor sconosciuto Rock Hudson, la figlia del produttore sotto mentite spoglie (espediente che allo spettatore italiano richiamerà il Massimo Ciavarro “figlio di Gruber” de I grandi magazzini…) e qualche altra pedina segnaposto sul grande tabellone della Diversity.

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I dieci episodi di Hollywood sono una porta girevole sull’universo creativo di Murphy: ad ogni situazione narrativa ricorrente – come tutti gli espedienti da telenovela quali le menzogne delle mogli sulla paternità del proprio figlio o l’esasperato doppiogioco negli affari – corrisponde un rovesciamento di segno che vira verso il più smaccato buonismo, finora quasi sempre assente dai suoi script o continuamente messo in discussione. I suoi outsider non si amano l’un l’altro. Si odiano anzi di un parossistico odio da cartoon, per poi fare fronte compatto davanti al nemico comune: il mainstream. Sono così i protagonisti di Pose – che racconta le faide tra le varie House nelle ballroom della New York degli anni Ottanta come forma di resistenza in una comunità queer dilaniata dalle morti per Aids – sono così i liceali di The Politician, bambini prodigio wes-andersoniani intenti a replicare nel loro microcosmo i colpi bassi della politica ai tempi dei social.

Anche per Murphy, come per la Holly Gibney di King, “an outsider knows an outsider” e quindi pure in Hollywood si crea una task force per combattere il mostro. Ma qual è il vero mostro? Siamo proprio sicuri che un autore che ha costantemente giocato in contropiede con il Sistema voglia assolverlo con una blanda favoletta? Perché raccontare in Feud la crudeltà delle Major verso due delle più grandi interpreti del cinema americano per poi scrollare le spalle di fronte a decenni di lotte, di carriere spezzate o di esistenze finte per salvaguardare il personaggio amato dal pubblico, come quella di Rock Hudson (qui particolarmente maltrattato)? L’ossessione tutta contemporanea del riscrivere la Storia sarebbe poi così educativa? O non sarebbe stato meglio mostrare la pena dietro lo scintillio delle luci del jet set, lasciando che Meg rimanesse Peg e che gli spettatori più giovani avessero coscienza di quanto ci è voluto per quel cambio di consonante?

Ecco però il sospetto: e se l’intera miniserie fosse una sorta di manoscritto manzoniano? Il racconto di un’ideale Hollywood degli anni Quaranta, liberale e multiculturale, al posto di questa Hollywood contemporanea i cui casting sono altrettanto forzati, stretti in un difficile balance di rappresentanze culturali e sessuali, che influenzano plot, stili narrativi e premi, non troppo diversamente da quel Codice Hays ormai agli sgoccioli sotto il quale si dipana la storia? La totale mancanza di ambiguità all’interno dell’opera stride con il “Murphy’s touch” ed è abbastanza per sollevare un legittimo dubbio. Perché finora solo in The Normal Heart Murphy è stato accanto ai suoi personaggi come fosse uno del gruppo, “a boy in the band”. Allora, di fronte a questa eccedenza di buoni sentimenti, di messaggi edificanti e assolutori verso i vizi dei sognatori – la cui strada per Dreamland non è certo lastricata di mattoni d’oro –  potremmo leggere Hollywood al contrario, come una volta i fan più accaniti ascoltavano le canzoni, tentando di carpirne il messaggio nascosto. Oppure possiamo credere che Murphy si sia rivelato soltanto un “Tarantino che non ce l’ha fatta”. In entrambi i casi, in questo turbinio di finzione e ricostruzione, fact checking e vincitori di Oscar simbolicamente epurati (Darren Criss ruba la statuetta al vero Best Director del ’48 Elia Kazan, il contestato Elia Kazan…) l’affrettata conquista della Mecca del Cinema da parte di questa scalcinata combriccola non sembra chirurgicamente costruita su quell’eccesso di didascalismo e unilateralità di messaggio in linea con l’offerta della Hollywood di questi tempi?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (5 voti)
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