SAN SEBASTIAN 53 – "Tideland": la vera fiaba dark di Terry Gilliam

SAN SEBASTIAN – Il lato oscuro della fiaba, o se preferite l'altra faccia dei Fratelli Grimm visti a Venezia (a inizio ottobre sugli schermi), attraverso le pagine del romanzo di Mitch Cullin: a San Sebastian 53 c'era in concorso anche Tideland, l'estremo (in tutti i sensi) e bellissimo film di Terry Gilliam, viaggio fuori dai confini della realtà, nel regno incantato di una fantasia infantile tinta di nero, trip incontenibile di una piccola Alice nel paese delle merviglie, anzi nel paese di quella fiaba al di là della paura (e del delirio) che è l'infanzia. E' questo il vero nuovo film di Terry Gilliam, maverick extrahollywoodiano, prodotto da Jeremy Thomas e Gabriella Martinelli (batte bandiera britannico-canadese), prima pallicola ispirata a un romanzo di Mitch Cullin – 38 anni da Santa Fe, New Mexico, autore di racconti in versi, apprezzatissimo e premiatissimo dalla critica – e incontrovertibile testimonianza del segno estremo di un regista di fronte al quale è necessario assumere una nudità e una arrendevolezza assolute per non perdere il treno delle sue fughe lisergiche. Se lavora sotto contratto vengono fuori film incontenibili e sbagliati come The Brothers Grimm, se invece lavora a mano libera ci si ritrova di fronte a opere liberatorie e viscerali come questo Tideland: l'infanzia come un sogno di solare solitiudine e oscure compagnie, sul confine tra realtà e fantasia, vita e morte, materia e spirito, tutto e niente. Non che la piccola Jeliza-Rose questo confine riesca a percepirlo, visto che la sua vita è un transito continuo nell'allucinazione di una coppia di genitori che slitta tra giorno e notte in un continuo stato lisergico: quando la grassa madre muore nel letto in cui ha trascorso gli ultimi anni tra barrette di cicoocolato e siringhe, il padre Noah (un Jeff Bridges che sembra ricaduto nel Re Pescatore) smette per un attimo la sua razione quotidiana di eroina, muove il sedere dalla poltrona in cui giace, monta in macchina e parte per il profondo Texas, per un ritorno alla casa della sua infanzia dove trovare nuova accoglienza per sé e per la figlia.

Qui però il tempo è passato, la casa è decrepita e immersa nel nulla dei campi di grano e ai due non resta che installarsi nella polvere. Quando poi anche papà Noah tira le cuoia per un'overdose e diviene una mummia dormiente in eterno sulla sua nuova poltrona, Jeliza-Rose continua a galleggiare nella sua solitidine e prende a vagare tra le assi sconnesse della villetta e nelle campagne dei dintorni. Ad accompagnarla solo le teste di tre Barbie squartate, sue inseparabili amiche, con le quali non smette mai di parlare, ma anche la fantasia di un mondo d'orrore e magia, dove i vantaggi del buon vicinato le offrono ben presto l'incontro con una megera, cui dà il nome di Regina Guhnilda (una Jennifer Tilly orba, zoppa e vestita di nero che neanche la Perfida Strega dell'Ovest), e col suo ritardato figliolo, un ragazzone dolce e ingenuo di nome Dickens, che nuota tra le spighe di grano con la maschera da sub e gioca a fare il capitano di un immaginario sottomarino… Paura e delirio si confondono nell'immaginazione della piccola Jeliza-Rose, un po' Alice un po' Dorothy, che stringe amicizia con Dickens, subisce gli agguati di Guhnilda e alla fine scopre che la strega è il primo amore di daddy e Dickens potrebbe essere suo fratello… Non che il trip finisca qui, perché Tideland è ovviamente un meccanismo ad accumulo, un viaggio in profondità nel delirio dell'infanzia che involve in se stessa, in un vorticoso precipitare nel buco nero di un universo in cui il racconto di sé si perde nell'autismo e tutto diventa sempre più confuso e implosivo. E allora Guhnilde mette mano al cadavere dell'amato Noah, mummificandolo come nel migliore dei film survivalism; mentre Jaliza-Rose mette nello stomaco svuotato del papà la testa della sua Barbie preferita, prima che la mamma/megera ricucia il babbo. Intanto Dickens gioca all'amore con la sua nuova amichetta, da una vicina cava giungono botti colossali e tutto è destinato a precipitare in una grande esplosione finale, causata da Dickens per liberarsi del mostro di ferro che ruggisce e corre ogni giorno sulle vicine rotaie.

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Un'esplosione che è una sorta di "big bang" nell'universo di Jaliza-Rose: un po' come accadeva a Donnie Darko, infatti, anche per lei il mondo inizia e finisce con una implosione della realtà nel suo mondo magico. Terry Gilliam intanto chiude il suo film nella dissolvenza sul nero degli occhi della bambina, alle cui spalle si accendono le fiamme di una piccola catastrofe…  Il mondo per lei finisce ed inizia, intrappolato nelle macerie di una fantasia dark governata dall'innocenza dell'infanzia, dove paura e libertà si fondono in un impasto senza soluzione: terribile sogno/meraviglioso incubo dal quale non c'è via d'uscita… Se qeusto non è il miglior ritratto del mondo in cui oggi viviamo, di sicuro ci si avvicina con un'approssimazione poetica/politica rara ed eccezionale. Atto estremo di un film fuori regola, accolto con incomprensibile (e ingiusta) incomprensione dal pubblico e dalla critica del festival spagnolo (ma premiato dalla Giuria FIPRESCI della critica internazionale), che tiene insieme la gloria infinita di un mondo indefinibile fatto di coordinate irreali e architetture immateriali, dove solo la geometria dell'inconscio infantile può entrare e trovare un sistema di riferimento. Terry Gilliam ne possiede le chiavi e, quando è in vena come in questo caso, innesca adeguatamente il trip, lasciando un varco d'accesso al pubblico volenteroso. Qui fa da medium una piccola attrice di nome Jodelle Ferland (11 anni, canadese con un buon curriculum televisivo e qualche apparizione sul grande schermo) cui Gilliam affida praticamente l'intero film. Jeff Bridges conferma d'essere l'icona del cinema di questo regista, Jennifer Tilly strafà meravigliosamente sotto il trucco della megera, Brendan Fletcher si contorce d'ingenuità nel ruolo di Dickens, tanto quanto Brad Pitt folleggiava nelle 12 scimmie. Che è forse il film di Gilliam più vicino a questo Tideland: disperato e dolce e seza fine…

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