"Secretary", di Steven Shainberg

Una favola dolcemente romantica nel magico mondo della perversione. È possibile sostituire le proprie perversioni "malate" (ferirsi le gambe con dei punteruoli, bruciarsi con teiere piene d'acqua bollente) con dei giochi più "sani"? Apparentemente si: è quello che accade alla protagonista di Secretary, portatrice insana di dolore privato che lentamente si trasforma in portatrice di sana di innocente sado-masochismo erotico a scopo matrimoniale. Sembra una trama fatta apposta per stimolare appetiti voyeristici, sulla falsa riga del deludente (per chi era in cerca di festini erotici per gli occhi) Perversioni Femminili, ma in realtà il film di Steven Shainberg ci appare paradossalmente sincero e quasi assurge allo statuto liberatorio e volutamente leggero di trattatello psicologico, consolante, intrigante e a lieto fine. Senza tralasciare un sapore di realtà che si agita nei tic nervosi della protagonista e nei suoi sguardi straniati ma assolutamente in via di consapevolezza. Ma non è nemmeno un elogio del diverso. È, di fatto, una storia romantica, una storia d'amore con tutti i crismi, riveduta e corretta alla luce delle perversioni più vecchie del mondo e di quelle divenute più à la page (solo perché improvvisamente si comincia a parlarne), come la passione per il controllo del dolore tramite l'autoferimento. Ma di nuovo, siamo lontani dal territorio del tv movie didattico che accoglie i problemi psicologici rilevati dalle ultime statistiche e ci dice come risolverli. Qui è il regno assolutamente individuale di una mente isolata e di un corpo ferito che faticano a inserirsi nella cosiddetta normalità, ma che vanno avanti per la propria strada, mischiando violenza e arrendevolezza. Nel dipingerci una periferia americana agghiacciante di plastiche rosate e case piene di oggettini kitsch e inutili (impossibile non riandare con la mente agli ambienti di Fuga dalla scuola media di Solondz), il film si concentra su un unico personaggio e sul suo rapporto con un potenziale doppio, una controparte ora salvifica ora restia, continuamente oscillante sul territorio della paura sociale, ma inesorabilmente legato alla propria "diversità". Nel mostrare senza scavare troppo e nell'indugiare senza morbosità, Shainberg fa un bel lavoro di osservazione limpida e sintetica, dove interessanti spunti di riflessione sorgono sulle tante modalità (in)sospettabili e più o meno represse di comunicare e di esprimersi, senza giudizi né tantomeno spiegazioni, ma con un'accettazione che è tutta dalla parte della protagonista, una Maggie Gyllenhaal sorprendentemente sensibile nell'alternare diversi stati d'animo che ribolliscono sotto i suoi vari cambi di abbigliamento e movenze. E il tocco di romanticismo esteticamente "canonico" del finale si inserisce alla perfezione in un film altrimenti privo di fronzoli, che smorza le atmosfere appena le crea, e dimostra così l'onestà di chi non vuole approfittare troppo della totale vendibilità dei suoi temi.


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Titolo originale: Secretary
Regia: Steven Shainberg
Sceneggiatura: Steven Shainberg, Erin Cressida Wilson da una storia di Mary Gaitskill
Fotografia: Steven Fierberg
Montaggio: Pam Wise
Musiche: Angelo Badalamenti
Scenografia: Amy Danger
Costumi: Marjorie Bowers
Interpreti: James Spader (E. Edward Grey), Maggie Gyllenhaal (Lee Holloway), Jeremy Davies (Peter), Lesley Ann Warren (Joan Holloway), Patrick Bauchau (Dr. Twardon), Stephen McHattie (Burt Holloway), Oz Perkins (Jonathan), Jessika Tuck (Tricia O'Connor), Mary Joy (Sylvia), Amy Locane (sorella di Lee)
Produzione: Steven Shainberg, Andrew Fierberg, Amy Hobby per Double A Films/Sloughpond/Twopond Bags Productions
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 104'
Origine: Usa, 2002