SERIE TV – Misfits: Youth in Revolt

Curtis è un atleta di colore, un giovane corridore in odor di olimpiadi; Nathan un ragazzino logorroico e irritante; Simon è tanto intelligente quanto chiuso e solitario; Alisha è una seducente party-girl e Kelly, capelli tiratissimi in una lunga coda di cavallo e occhi bistrati di nero, parla un gergo incomprensibile. Non hanno niente in comune se non il fatto di appartenere ai sobborghi londinesi di Thamesmead e di dover scontare diverse ore di servizio sociale.
A dirla così, i cinque Misfits – i disadattati – di Howard Overman, sceneggiatore inglese che ha già messo lo zampino in serie quotate come Hustle e Merlin, non possono non ricordare i protagonisti di quel manifesto sugli adolescenti americani degli anni Ottanta che è stato il The Breakfast Club dell’indimenticato John Hughes: la ragazza popolare, lo sportivo, il nerd, il bullo e la ragazza strana, che dopo essersi ritrovati chiusi nella biblioteca della loro scuola per scontare varie punizioni, lanciavano nel finale il proprio “J’accuse” al preside, portando alla luce un malessere solo parzialmente imbrigliato dalla struttura sociale scolastica.
Misfits rinuncia invece al messaggio morale e se fa suo l’assunto del ritratto generazionale del film di Hughes lo contamina con numerose incursioni nel cinema di genere, intrecciando il teen drama all’universo della fantascienza e del fumetto, e combinando poi le diverse influenze all’interno di uno spaccato sociale profondamente britannico, che mostra quartieri malfamati e personaggi che sembrano usciti dallo Sweet Sixteen di Ken Loach. Dove il colore dominante è il grigio del cemento armato dei caseggiati, abnormi e anonimi, in cui si tengono continui rave, e dove l’unico elemento naturale è dato dal “kubrickiano” Southmere Lake, che domina indiscusso il paesaggio, fornendo, col gusto cinefilo e citazionista proprio dell’operazione, le coordinate attraverso cui interpretare la serie: come i drughi di Arancia Meccanica – non per niente era sugli argini di cemento del lago che Alex confermava il proprio dominio, prima della vendetta subdola dei sottoposti (“Pecore, pensavo, ma un vero leader sa quando concedere e mostrarsi generoso con gli inferiori”) – i protagonisti di Misfits, che alla tuta bianca hanno sostituito la divisa arancione da detenuti, costituiscono un branco a sé, separato e invisibile al resto della società, e ancora, come i personaggi kubrickiani, contrappongono uno slancio brutalmente vitalistico a una società repressiva e assente.

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Eppure il primo giorno di “community payback” il mondo senza sogni, lambito da alcool di pessima qualità e droghe sintetiche dei cinque misfits viene sconvolto da una tempesta elettrica che li lascia con un assistente sociale impazzito –  a riprova della scarsa fiducia nell’istituzione tutti gli assistenti sociali della serie sono figure tra il negativo e il mostruoso…- e degli strani poteri che li tramutano in super-non-eroi, perché “i supereroi capitano solo in America”, dice Nathan. E in effetti il disegno di Misfits si discosta da operazioni statunitensi come Heroes o No ordinary family, guardando piuttosto ai modelli cinematografici (lo Spiderman di Raimi su tutti) per un romanzo di formazione disfunzionale, che sporcandosi con virate horror passa per omicidi (anche se per legittima difesa) e occultamenti di cadaveri, arrivando comunque a una maturazione e nuova consapevolezza di sé e all’esaltazione della giovinezza, in quella che è probabilmente la scena più bella dell’intera serie, con Nathan – il personaggio più incredibile insieme al suo “doppio rovesciato” Simon – che arringa così la folla di giovani senz'anima in stile Invasione degli ultracorpi: “Avevamo tutto. Abbiamo mandato tutto a puttane di più e meglio di qualsiasi generazione che ci abbia preceduti! Eravamo così belli!”.
Quella del capolavoro di Don Siegel non è l’unica citazione letterale di Misfits: la seconda stagione è scandita dalle gesta di un personaggio arrivato dal futuro come il Kyle Reese di Terminator e il quarto episodio della prima, incentrato su Curtis e il suo potere di far tornare indietro il tempo ,dà vita a un racconto per flashback e flashforward simile all’esercizio (di stile) del Lola corre di Tykwer. Ogni rimando è però scontornato dal proprio contesto e reinventato brillantemente all’interno di un racconto ibrido e sfuggente, profondamente radicato nella propria realtà e allo stesso tempo capace di non prendersi sul serio, per l’ironia corrosiva che percorre storie e personaggi, sentimenti e piccole tragedie quotidiane.
Forte di un Bafta come Miglior serie drammatica del 2010 e del prossimo – pare – remake americano (che lascia però più di un dubbio sull’effettiva trasposizione di una serie così libera entro un contesto rigidamente ordinato come l’industria statunitense), Misfits rispecchia in pieno la vitalità della serialità britannica, irriducibile alle classificazioni, spaccata com’è tra una produzione formalmente ineccepibile ma fortemente legata alla tradizione – basta pensare al successo degli Agatha Christie’s Poirot e Miss Marple o ai vari Pride and Prejudice – e una rilettura quasi rivoluzionaria dei generi televisivi più solidi come il poliziesco (Life on Mars) e il teen drama, che oltre a Misfits, ha partorito uno dei casi più interessanti degli ultimi anni, Skins.

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La sigla (Raptures- Echoes)

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Il monologo di Nathan (1×06)

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Un commento

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    bel pezzo!! lo sto vedendo in questi giorni e la prima serie la danno anche su RAI4. Una serie tv innovativa e molto spregiudicata per contenuti e dialoghi.