SICILIA QUEER FILMFEST 2012 – Festival Internazionale di Cinema GLBT e Nuove Visioni (Seconda Parte)

Che ci sia una profonda mutazione nelle modalità di espressione del lesbismo è sotto i nostri occhi. Sembra quasi una lotta contro tutto e tutti. Le lesbiche subiscono più di tutte, è più o meno quanto afferma Maria Laura Annibali, nel suo L’altra metà del cielo… continua, diretto da Laura Valle e sceneggiato dalla Annibali, qui presente al festival. Alla fine della proiezione, gentilissima e dolce, chiede agli spettatori se è piaciuto il film. Che è uno dei documentari più intimi visti in queste giornate. Magari ci si oppone a una forma non troppo curata da orpelli (a cui siamo ormai abituati), per scoprire, come ha suggerito il direttore artistico Alessandro Rais, che la Annibali è un corpo ingombrante come quello di Michael Moore. È lei stessa ad intervistare nel film alcune donne, sette in tutto, appartenenti a generazioni diverse, con amori ed esperienze che riescono a demolire ogni stereotipo su un tipo di sessualità. Che è sempre difficile da etichettare, limitare da caratteristiche ed elementi che possono completamente variare da una esperienza all’altra, da un individuo all’altro. Una continuazione de L’altra metà del cielo del 2009 che ci voleva e della quale si ha bisogno, perché si ha la sensazione che in pochi anni cambi veramente tutto. Non a caso sono proprio i riferimenti storici al lontano passato a testimoniare quanto il lesbismo fosse nascosto. La più importante leader del movimento LGBT in Italia, Imma Battaglia, ci racconta con suprema ironia, la passeggiatina di molti anni fa con un'altra ragazza e i rispettivi fidanzatini, maschietti che non si accorgevano di nulla: mentre le loro ragazze si tenevano teneramente per mano, i “fidanzatini” ufficiali erano impegnati in altre discussioni, magari quelle tipiche dei maschietti. Ma c’è anche la testimonianza importante sull’inseminazione di una donna che deve lasciare l’Italia per reclamare un diritto sacrosanto. E poi il confronto con una donna cino-portoghese che mette l’accento sulle ritrosie che contraddistinguono le lesbiche italiane, forse causate da una cultura fortemente oppressiva. La Annibali è straordinaria nella sua leggerezza, quando ascolta e pone domande alle sue interlocutrici. È un modo sublime di mettere a proprio agio, personaggi in scena e spettatori che condividono le emozioni dei protagonisti.

Esiste anche la versione più arrabbiata della lesbica, più riot girl, che vien fuori da due film presenti nella sezione internazionale dei cortometraggi. Polaroid girl di April Maxey, racconta della giovane fotografa Sofie che s’innamora di June, commessa di un negozio di fotografia. Quest’amore la spingerà a cambiare vita, esprimendo pienamente se stessa e facendosi valere con i colleghi e poi in modo imprevedibile contro un cliente che discrimina il sesso lesbico. Alle sue offese Sofie risponde con un pugno ben assestato che lo mette KO. È l’inizio di una nuova vita e la fine di un’esistenza trascinata tra paure, timidezze, accompagnate da bevande che fanno riferimento alla condizione di “lesbica solitaria”.

 

Rebecca Thomson dirige l’irriverente Cupcake A zombie lesbian musical. Vera specialista dello humour nero, la Thomson ha già diretto un altro corto, Rufus, su un vampiro metropolitano, e ha in preparazione un horror intitolato Apple Head. il mondo di Thomson è ossessionato dalla falsa ipocrisia perbenista, rappresentata benissimo da due anziane signore, che eliminerebbero con le loro stesse mani le terribili lesbiche che invadono il mondo. Gli zombie si moltiplicano, nonostante l’ottimismo romantico della coppia Billy e Dayna. Billy confida nell’amata anche dopo la metamorfosi in zombie. Tra battute esilaranti e canti, il film è davvero una gemma. Speriamo che la regista possa continuare in questa direzione, perché ha sicuramente materiale e idee anche per un lungometraggio bizzarro che non guasterebbe per spezzare il dominio della commedia di integrazione buonista della lesbica, ma senza autentiche differenze e dialettiche.

Altro interessante cortometraggio lesbico è Ms. Thing di Karen X. Tulcinsky, un debutto in campo cinematografico, che dimostra che basta un’idea originale per sondare il territorio del desiderio, della fantasia sessuale e farne un corpo cinematografico a tratti anche perturbante a fronte di una quotidianità banale fatta di compromessi e convenzioni. Niente di meglio che un oggetto erotico, da usare senza pensieri, magari suggerito da una delle tante pubblicità notturne che propinano prodotti di ogni tipo.

Già passato in altri festival italiani e decine di altri nel mondo, è un vero e proprio cult del genere “bear”, Bear City di Douglas Langway. È stato spesso paragonato a un mix tra le serie Queer as Folk e Sex and the City, perché adotta un linguaggio diretto, con un montaggio che addensa dialoghi velocissimi tra i vari personaggi. Bear City registra con eccezionale fedeltà i vissuti autentici della comunità bear, il mix tra solidarietà, narcisismo, performance sessuale, tenerezza e romanticismo. Per questo è una commedia inclassificabile che a tratti affronta in modo più drammatico certi aspetti dei vari personaggi, come quelli di salute di chi vuole operarsi con un bendaggio gastrico che pregiudicherebbe l’aspetto bear, l’aggressività ruvida di Roger e la timidezza glabra del “cucciolo” Tyler.

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Nel bellissimo film di Vincent Dieutre, Jaurès, c’è Eva Truffaut, figlia di François. Non è certo una coincidenza, considerato che Dieutre sembra applicare proprio l’idea truffautiana che basta una semplice finestra per vedere oltre una porzione di mondo ricchissima di umanità, elementi di ogni tipo che proprio Eva Truffaut attiva nella memoria di 

Dieutre, sollecitandolo con domande nel racconto personale della storia d’amore vissuta con Simon. La voce off è fondamentale per Dieutre, già presente nei suoi lavori precedenti, evoca non solo il mondo interiore di quella passione erotica, ma anche il mondo esterno compreso in quella porzione visibile oltre la finestra, che è registrato da una videocamera in modo ossessivo.Tanto che ne deriva una descrizione complessa della vita dei rifugiati afgani, organizzatisi per dormire sotto il ponte Lafayette sulla banchina lungo il canale Saint Martin e spesso in affanno per sottrarsi alle forze dell’ordine, per scavalcare cancelli o ricevere gli aiuti dei solerti volontari. Poi più su, come in un quadro diviso su vari livelli, la strada con il flusso di persone anonime che l’attraversa e ancora più su la metropolitana che si fa sentire con i suoi sibili ovattando gli altri suoni. Notte e giorno mentre all’interno dell’appartamento continua la vita di Vincent e Simon durante le ore di incontro, con i rumori della casa, il microonde, la televisione e tutto il resto.