#SiciliaQueerFilmFest – Diario della sesta giornata

Un improvviso shock con le immagini della trasformazione da mito a zombie del grande attore Helmut Berger nel documentario di Andreas Horvath. E poi Chantal Akerman, Sean Baker, Sebastian Silva

Fino ad adesso la migliore giornata del festival, in termini qualitativi e di coinvolgimento emozionale. Dopo il solito spassoso intermezzo con i cortometraggi di Buster Keaton si subisce un improvviso shock con le immagini della trasformazione da mito a zombie del grande attore Helmut Berger nel documentario di Andreas Horvath, Helmut Berger, Actor (2015). Le prime immagini sono il manifesto programmatico dello stato depressivo e del disfacimento corporeo di uno degli attori più belli e prestanti degli anni 70, amante di Luchino Visconti e interprete raffinato di capolavori come La Caduta degli Dei, Ludwig, Il Giardino dei Finzi Contini, Gruppo di famiglia in un interno.
Helmut Berger parla, straparla, confabula, ha improvvisi moti di ira alternati a disperate richieste d’aiuto. In certi momenti compaiono bagliori degli splendori di un tempo e l’attore rientra nel personaggio come una tigre feroce e non ammaestrabile. Il regista, entrando in intimità con l’oggetto delle sue riprese, ha la possibilità di inquadrare tutto, senza censure: medicine, sporcizia, caos, simulacri funebri, cimeli di un passato glorioso quanto opprimente, foto di Luchino Visconti, Romy Schneider, Claudia Cardinale, Brigitte Bardot.
A parte qualche esagerazione nella colonna sonora extradiegetica, Horvath conduce questo funerale in vita con la crudeltà dell’antropologo che non vuole risparmiare alcun dettaglio. In un paesaggio austriaco innevato e indifferente, vediamo compiersi nell’ultimo atto masturbatorio, la trasformazione di un giovane regale semidio in un vecchio uomo malato che continua narcisisticamente a fare l’amore con la sua immagine.

Ancora tramortiti dal gancio di Horvath, veniamo definitivamente messi al tappeto dal capolavoro di Chantal Akerman Je Tu Il Elle (1974) che documenta le giornate di una ragazza che cerca nella scrittura e nella speculazione una possibilità di dare forma e senso alle cose. Il film è diviso in tre parti sul modello hegeliano di tesi, antitesi, sintesi. Nella prima, in quadri fissi che tendono alla sfocatura e alla dissolvenza in nero, Chantal si volta e si rivolta tra i tormenti della sua vita interiore. Si veste, si spoglia, ingoia zucchero, scrive lettere. Fuori il mondo procede indifferente tra rumori di traffico e urla di bambini in mezzo alla neve. Nella seconda vediamo il tentativo di apertura all’esterno con l’incontro con un camionista che racconta la sua ordinaria vita coniugale; l’incontro non fa che amplificare la distanza della giovane dalla quotidianità: la masturbazione è l’atto conclusivo dell’impossibilità a conoscersi veramente. La terza parte è il ritorno della Akerman all’internoAkerman

del bozzolo di seta degli affetti: va a stare da una sua amica, mangia due toast ipercalorici, fa l’amore e poi la mattina va via. In quei due corpi che si abbracciano e si mordono quasi come se non ci fosse più un domani la Akerman ribadisce il suo pessimismo sul senso dell’esistenza. Interno-Esterno-Interno, non sembra esserci pace o sollievo, forse in qualche pausa tra le righe, in una fetta di burro e nutella, in una commistione di corpi che tendono a una unità impossibile. La collezione di attimi rivela il nostro destino mortale. Prendiamo una boccata d’aria e cerchiamo di metabolizzare tutto questo denso materiale fissando il cielo terso di queste giornate meteorologicamente clementi.

Poi ci rituffiamo nel Concorso New Visions con l’adrenalinico Tangerine (2015) dell’americano Sean Baker: girato con tre I-Phone 5S e poi ritoccato con un vigoroso lavoro di postproduzione (Final Cut Pro e DaVinci Resolve) il film è una riuscitissima commedia degli equivoci che strizza l’occhio al montaggio frenetico di Guy Ritchie e alla deriva post-postmoderna di Harmony Korine. La musica sparata a manetta spazia da Beethoven a Gna Gna di Artush con un effetto che amplifica il botta e risposta dei dialoghi, aderenti perfettamente allo slang irresistibile dei personaggi principali. Due travestiti che mettono in discussione la loro amicizia, un pappone che ha il suo quartier generale in un Donut Time, un tassista armeno dalla insospettabile doppia vita. E poi suocere detective, mogli pavide e prostitute esperte di musica; insomma un campionario eterogeneo orchestrato con grande abilità da Sean Baker. Splendido finale con uno scambio identitario che diventa gesto solidale.
Chiusura della giornata con l’insipido Nasty Baby di Sebastian Silva che vede alla produzione Pablo Larrain. La storia di Freddy (Sebastian Silva) e Mo (Tunde Adebimpe) che cercano insieme a Polly una trinità sessuale e genitoriale all’interno di una famiglia non convenzionale è un argomento che cattura all’inizio l’attenzione dello spettatore. Anche se ha vinto il Teddy Bear all’ultimo Festival di Berlino, il film soffre però di una certa programmaticità e una evoluzione tragica che banalizza il forte assunto iniziale. Anche la trovata dell’Oracolo e il cortometraggio girato da Freddy (poco “nasty”), sembrano stonare con il ritmo della narrazione e la coerenza dei personaggi. E l’inserimento della figura del “Vescovo” (Reg E Cathey) e la svolta noir della sceneggiatura appesantiscono il tutto portando l’opera in un vicolo cieco.

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