Sotto la sabbia, di François Ozon

I luoghi, il tempo, i corpi sono materia viva nell’ultima pellicola di François Ozon. Il giovane regista francese li intreccia, li sovrappone, fa in modo che gli ambienti non costituiscano un semplice sfondo. Li trascina in superficie allineandoli ai personaggi e crea un unico piano visivo in cui gli elementi che compongono l’inquadratura – che siano persone, oggetti – diventano veicoli di significato ed emozioni. Il mare che ruba a Marie (Charlotte Rampling) suo marito Jean (Bruno Cremer), la casa di vacanza nelle Landes, persino la macchina, che rappresenta un luogo di raccordo fra uno spazio e l’altro, sono protagonisti quanto lo è Charlotte Rampling in questa particolare messa in scena del dolore.
L’attrice riesce perfettamente a stabilire un dialogo con le cose e a mantenere viva l’attenzione su se stessa, senza che si avverta l’esigenza di vederla risaltare sullo sfondo attraverso l’uso di primi piani, consapevole di quale sia lo spazio a lei concesso. Spazio che sfrutta al massimo rispettando ed esaltando gli elementi con i quali è costretta a spartirsi ogni inquadratura.
Intersezione e sovrimpressione sono le armi con cui Ozon combatte, con sufficiente spavalderia, una personale battaglia contro gli accademismi che caratterizzano un certo cinema didascalico. Tutto parla nelle inquadrature di Ozon. Il sentimento non è richiamato o anticipato, ma è vivo in ogni fotogramma, il regista è talmente rigido nel rifiutare qualsiasi possibile caduta nel descrittivismo che impone con un briciolo di presunzione una poetica sicuramente personale.
Il dolore, legato alla perdita e al suo rifiuto, di Marie che non riesce ad accettare la misteriosa scomparsa del marito Jean, non si materializza negli oggetti e negli spazi che ricompongono il mènage della coppia, ma vive in questi; una scrivania, una tappezzeria, non sono complementi, ma si fanno soggetti narrativi e veicoli emozionali. La cinepresa non abbandona mai la protagonista, e non la lascia mai sola. I totali dominano sui primi piani, il delirio psicologico nel quale Marie si culla è severamente accostato a una realtà fatta di luoghi, di persone che non appartengono al mondo interiore della donna e che parallelamente procedono in un incedere che mai le concede riposo. Ozon rifiuta il cinema dei volti, fatto di fughe introspettive nell’intimo di una sofferenza refrattaria all’inesorabile scorrere del tempo. Il meccanismo del dolore che conduce all’astrazione dalla realtà è fin troppo stereotipato. Il cineasta offre un’immagine inedita della sofferenza, la sublima trasformandola in un artificio, le attribuisce un ruolo di funzionalità; nell’affrontare quotidianamente l’impegno di vivere, Marie utilizza il dolore come strumento di sopravvivenza e di socialità, lo raccoglie in diverse forme: nel groviglio di corpi nudi, il suo e quello di Vincent, abbandonati ad un atto sessuale che si nutre di quella stessa sofferenza, oppure acquistando capi d’abbigliamento che il marito non indosserà mai o pensando di poter abitare un’altra casa che non sia quella in cui ha vissuto con Jean. In bilico o in equilibrio fra una realtà che è sempre presente e il rischio di sprofondare nel proprio abisso di dolore, Marie è impietosamente sottoposta alla costante presenza della cinepresa che non indulge con un montaggio articolato. Al contrario la perseguita senza allentare mai l’attenzione, la segue fra gli scaffali del supermercato, in metropolitana, in macchina, fra le stanze della sua abitazione, non l’abbandona mai. Ozon si esibisce in una lunga serie di movimenti di macchina senza tagli dando vita ad un vero e proprio pedinamento che cessa su quella spiaggia dove Marie aveva perso Jean un anno prima e dove ora si esibisce in una corsa surreale, volutamente statica, sospesa fra l’immagine fantastica di Jean, verso cui si muove, e la consapevolezza reale dell’impossibilità di raggiungerlo.

Titolo originale: Sous la sable
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon, Emmanuelle Bernheim. Marcia Romano, Marina de Vian
Fotografia : Jeanne Lapoirie, Antoine Héberlé
Montaggio : Laurence Bawedin
Musica: Philippe Rombi
Scenografia: Sandrine Canaux
Costumi: Pascaline Chavanne
Interpreti: Charlotte Rampling (Marie), Bruno Cremer (Jean), Alexandra Steward (Amanda), Jacques Nolot (Vincent), Pierre Vernier (Gérard), Andrée Tainsy (Suzanne)
Produzione: Olivier Delbosc, Marc Missonier per Euro Space Inc./Haut e Court/Arte France Cinéma. In collaborazione con Canal+
Distribuzione: Lucky Red
Durata:
Origine: Francia, 2000

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