Soula, di Salah Issaad

Dal Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina 2022,, un road movie che si trasforma in una cruda e personale odissea che denuncia l’asfissiante morale che permea la società algerina

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Qualche anno fa, Algeria. L’allora studente di regia Salah Issaad, si imbatte per strada in una scena che rimane scolpita nella sua mente. Una donna si trova addormentata in un’auto dismessa. Al suo petto stringe con le ultime forze rimaste un neonato. Il giovane studente di cinema intuisce subito che quell’auto non è altro che il momentaneo rifugio per madre e figlio. Un’immagine fortissima che riflette una cultura dell’abbandono verso molte donne e i loro figli, nati da un rapporto prematrimoniale o un abuso, spesso e volentieri non riconosciuti e per questo considerati indegni di esistere. Il tempo passa e Issaad si diploma. Ma il suo pensiero fisso è ritrovare la donna di quell’auto e renderla protagonista del suo film.

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Così nasce Soula, un’opera che aderisce visceralmente alla sua protagonista la quale, oltre a dare il nome al titolo del film, ha scritto a quattro mani con il regista la sceneggiatura, partendo proprio da alcune vicende vissute in prima persona.

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Issaad detta il ritmo della pellicola che procede per ellissi temporali, raccontando quattordici ore della vita di Soula. Dal tramonto all’alba, la protagonista vive un vero e proprio incubo ad episodi, in cui crudeltà e soprusi nei suoi confronti crescono in un climax ascendente. Costretta ad andarsene di casa, dopo essere rimasta incinta ancora nubile, Soula deve trovare un posto dove lasciare momentaneamente la figlia, nata da pochi mesi. La piccola può rimanere dalla zia che accetta dopo tanti rifiuti di tenerla fino a una data ora, poi la madre dovrà riprendersela. Da quel momento, comincia un vero e proprio road movie nel quale la protagonista, non trovando chi la possa ospitare, è costretta a spostarsi da una macchina all’altra in attesa di ricongiungersi con il proprio bebè.

La vista privilegiata del regista è quella all’interno degli abitacoli di diverse vetture in cui la giovane donna si ritrova durante la sua personale Odissea: un taxi che la porta via da casa, la macchina di due papponi senza scrupoli e la range rover del fratello alcolizzato. Soula è intrappolata tra sedili e finestrini con uomini sempre più violenti che pretendono di imporre su di lei il proprio controllo. Tutto converge verso di lei: la macchina da presa, lo sguardo diegetico degli uomini che la osservano, la vogliono, la possiedono. Tutto si richiude nello spazio di pochi centimetri: tentazioni, soprusi e violenza sono consentite se nascoste tra le mura di una casa o all’interno di un abitacolo.

In questo senso, Issaad riflette sull’asfissiante morale che permea la società algerina, dove uomini padroni impongono la loro superiorità invocando quando fa più comodo a loro una religione di cui sono i primi a non rispettare i principi. Ma l’opera di Issaad non è esclusivamente una denuncia verso il proprio Paese. L’occhio della macchina da presa riflette con grande intensità sulle traiettorie degli sguardi che si incontrano e scontrano come forze vettoriali, rimanendo quasi per tutta la durata del film nei limiti dello spazio occupato dalla vettura. Cinema e realtà, il regista e la sua protagonista si cercano, trovandosi tra il riflesso di uno specchietto retrovisore o quello di un finestrino, fino a far convergere verso lo stesso punto il proprio sguardo.

In un mondo che si accartoccia su se stesso, è la stessa Soula a darci le coordinate per sperare in un futuro migliore, non certo per lei, forse per sua figlia, per il suo futuro, lontano da violenza e discriminazione. Ecco che per brevi tratti si realizza quella convergenza di sguardi e la mdp di Issaad traccia la traiettoria dello sguardo di Soula. È l’orizzonte, che per gran parte del film è rappresentato dalla strada che si frappone tra le macchine e il luogo di arrivo. E lì che si proietta il pensiero della protagonista, sperando di portare un giorno la propria bambina il più lontano possibile, verso un futuro migliore.

Issaad realizza un’opera cruda e bellissima che si chiude con una catartica sequenza finale dove, di fronte al sole che sorge sopra al mare si consuma un addio dal sapore biblico. È qui che l’inquadratura si apre abbracciando l’orizzonte e abbandonando quel senso di claustrofobia che domina per tutta la durata della pellicola.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
Sending
Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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