Stonewall, di Roland Emmerich

La vicenda risulta chiusa su sé stessa sia in termini spaziali che temporali. La portata dei moti di Stonewall viene ridimensionata e non emerge una differenza sostanziale con l’omonimo film del 1995

Desiderare una vita migliore; da qualche parte oltre l’arcobaleno. Un mito e un colore che è diventato la bandiera di una comunità di persone che alla fine degli anni ’60 ha lottato per far riconoscere i propri diritti – civili e soprattutto umani. Per raccontare i moti di Stonewall, che portarono alla nascita del movimento di liberazione gay, Emmerich ricorre ai modelli classici della narrazione cinematografica. A cominciare dai cartelli iniziali che gettano lo spettatore nel ciclone politico e sociale di qual periodo. Il registro adottato è infatti a metà tra cronaca e finzione, filtrate attraverso lo sguardo del protagonista, un giovane cresciuto in una famiglia conservatrice che viene cacciato di casa dopo che il padre ha scoperto la sua omosessualità. Il suo viaggio di formazione lungo la strada di cemento grigio lo porta a conoscere la situazione reale di chi, come lui, è costretto a prostituirsi per guadagnare qualche dollaro.

Il regista sembra non scegliere una via facile e il tono del film – a tratti molto cupo – spoglia i personaggi dei loro abiti stravaganti per rivelarne le fragilità. Il dramma però non scade quasi mai nella retorica di genere; anzi appare misurato, forse troppo, non concedendosi nessuna sbavatura: si assiste a pestaggi, abusi, scontri verbali, tutto nei limiti del visibile/sensibile. Ciò non significa tanto ricercare, o peggio sostenere, lo spettacolo gratuito della violenza, quanto aspettarsi una certa autenticità che purtroppo viene meno. È come se il regista coprisse con un velo la macchina da presa per smussare i temi spigolosi che affronta. Anche il sesso è mutilato delle sue emozioni.

Ma il vero problema di Stonewall è che si perde di vista il suo intento primario: lo sceneggiatore Jon Robin Baitz dà ampio spazio alla storia d’amore adolescenziale trascurando l’avvenimento principale che resta slegato dal contesto. In altre parole, la vicenda risulta chiusa su sé stessa sia in termini spaziali che temporali: lo scenario somiglia a un set teatrale su cui gli attori si muovono; l’unica eco esterna che riconduce alla realtà è il funerale di Judy Garland che si può ascoltare in sottofondo durante una scena. La portata dei moti di Stonewall viene così ridimensionata e, qualitativamente, non emerge una differenza sostanziale con l’omonimo film del 1995 diretto da Nigel Finch, che Emmerich dimostra di conoscere dal momento che ne ricalca la trama e la struttura. Sarebbe stato meglio se si fosse ispirato a pellicole più recenti quali Pride e Weekend.

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Titolo originale: Id.
Regia: Roland Emmerich
Interpreti: Jeremy Irvine, Jonny Beauchamp, Joey King, Caleb Landry Jones, Matt Craven, Jonathan Rhys Meyers
Distribuzione: Adler Entertainment
Origine: USA, 2015
Durata: 129’

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