Strange Days, di Kathryn Bigelow

La prima sensazione che Strange Days da a chi intende ‘scriverne’ è l’inadeguatezza. Dello scrivere, delle parole che si seguono l’un l’altra. Del mezzo espressivo incredibile straordinario e terribilmente umano della scrittura. E’ come se fosse necessario un altro ritmo, dove manifestare comunicare ricercare quella velocità ebbrezza adrenalinicità pazzesca del cinema di Kathryn Bigelow. Viene voglia di azzerare la punteggiatura e tuffarsi in un viaggio siderale nelle profondità cosmiche della ricerca della comunicazione tra umani cibernetici non ancora cibernetizzati, viene voglia di ‘replicare’ la ricchezza visiva, i suoni, le musiche i colori la ‘forza’ della sua macchina da presa, viene il desiderio di emularne l’impresa epica della sua realizzazione, viene voglia di scrivere come se si fosse dentro un viaggio ‘squid’, come se si fosse dentro totalmente immersi nel flusso di emozioni pure che è Strange Days.

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Viene il bisogno di avere degli ‘iperspazi’, dei contenitori di flashback, dei sottotesti in cui lanciare le proprie ‘visioni’, dove inaugurare tecniche e linguaggi adeguati a come comunichiamo oggi (o come proviamo almeno a farlo). Desiderio di un ipertesto dove rilanciare pensieri, percorsi, stravaganze. Dove cercare di rincorrere una pellicola che è del tutto ‘oltre’ lo spazio puro della visione, che è fatta di rimandi, di cose su cose su cose in un accumulazione tale da far disperare molti, da far chiedere alla Bigelow, quasi sdegnati, non le sembra di aver esagerato? Non le sembra di aver osato troppo? Non c’è troppo in questo film?

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Ed infatti è così. Strange Days è l’elogio, l’elegia del ‘troppo’. E richiede corpi che lo recepiscano, disposti a farsi catturare, percorrere dentro fino in fondo da quest’accumulo di dati, visioni, esperienze che stravolgono del tutto i nostri sensi.

 

I sensi. E gli extrasensi. Vedere non è più sufficiente. Comunicare nel futuro (cioè oggi), deve necessariamente passare per la prova di esperienze sensoriali complete, quasi un cammino-percorso inesorabile inevitabile dei media.  Il tatto, la vista, la stampa, la lettura. L’udito, la radio. La vista l’udito, il cinema, la TV. E domani (cioè oggi)?

<  un computer. In futuro, l’odore potrebbe diventare una prova di identità, come lo sono oggi le impronte digitali e il test del Dna>>

 

( dalla rivista scientifica britannica New Scientist, 4  novembre 1995)

 

 

 

E’ l’olfatto (forse) l’unico senso che Strange Days ancora non mette in moto. E’ il senso che oggi più degli altri stiamo perdendo (le allergie diffuse, l’inquinamento atmosferico) con nessuno (neppure Kubrick) che riesce letteralmente a ‘girare’ un film dal romanzo ‘Il profumo’ di Patrick Suksind (a parte c’è quel pazzo di John Waters con il suo odorama di tanti anni fa, ma è un’eccezione).

 

Eppure Strange Days, nella sua assoluta modernità appare come il primo vero film cyberpunk, o meglio post-cyberpunk, almeno un decennio oltre il ‘fatto’ letterario (ma in fondo anche il noir arrivò dopo, e meglio, Hammett e Chandler).

 

Il futuro: solo tra tre anni. Cioè: stiamo vivendo il futuro. Mai film di fantascienza (definizione immaginiamo riduttiva per un film ‘complesso’ come questo) ha mostrato un’idea così ‘teorica’ del futuro (OK  a parte Kubrick…). Il futuro, da un secolo a questa parte (Verne che immaginava la Parigi del 1960), è sempre stato immaginato così. Perciò basta andare solo un poco oltre l’oggi, appena un po’ ed ecco il futuro. Senza speranze? Il mondo è cupo, ossessivo, violento, senza scampo, sembra destinato a finire, in questa notte di fine anno, fine secolo, fine millennio, fine tutto, senza alcuna possibile redenzione.

Ma Strange Days non è un film pessimista. Mace-Angela Bassett che guarda il figlio giocare con i fuochi del capodanno, l’amore ossessivo di Lanny Nero-Ralph Fiennes per Faith-Juliette Lewis, e quello ancora più determinato di Mace per Lenny. L’amore sembra perdente qui. Tutti a rincorrere amori impossibili, amori perduti. Eppure, invece qui l’amore  è ‘protezione’, è ‘viaggio nel vuoto’, è attenzione verso l’altro totalmente disinteressata, quasi fosse, all’Alberto Savinio, una forma estrema d’amicizia (che per Savinio conteneva l’amore, e non viceversa, quasi fosse il punto d’approdo più alto).

Non è curioso che i due protagonisti dei due film ‘fondamentali’ di questa epoca, per America ed Europa, Strange Days e Underground, si chiamino entrambi Nero? Nero è il non-colore. E’  l’oscurità, il mistero. Il buio, la pre-nascita. La morte. Eppure… nero è il colore dell’amore dei nostri tempi. Un nero cupo riscattato, che vede il bagliore  di luce alla fine del tunnel (non a caso la Bigelow definisce il personaggio di Mace “l’unico raggio di luce all’orizzonte”, e non a caso Angela Bassett è ‘nera’).

 

Ma cosa accade in Strange Days? Nulla e tutto. Anche qui. Già visto. In altre pellicole sparse qua e là.  Eppure Strange Days ha un’anima nera che lo distingue nettamente da tutti gli altri film (forse solo Il corvo, film geniale, bellissimo e incompreso gli si avvicina per toni e ossessioni). Cosa ci si aspetta dalla fine secolo/millennio? La fine del mondo dell’anno mille? La crisi delle identità sociali di fine secolo? Si aspetta il botto. Oppure la festa. L’orgasmo collettivo. Comunque il salto – simbolico, certo – da un’epoca all’altra. Le date come spartiacque. Ed ecco le ossessioni di un film rigorosamente centrato sul tempo (31 dicembre 1999, con le didascalie che scandiscono addirittura l’ora), eppure così miracolosamente sospeso, senza tempo.

 

Fine/tempo (o viceversa) era (è?) una curiosa rubrica ‘extra’ di Enrico Ghezzi, che unendo le foto delle due più famose marche di fazzoletti di carta, intitolava così i suoi pezzi. Fine/tempo. Fine del tempo. Come idea (illuminista) di un progresso illimitato. Di una crescita sociale costante. Il crack, lo squid, il ‘black jack’, sono tutti elementi/sostanze che ti proiettano in un’altra dimensione,  un altro tempo. Non è più il tuo tempo. Ma è quello di qualcuno che lo ha vissuto prima. Meglio ancora: il tempo di qualcuno che lo ha vissuto appositamente per te. Tempo/lavoro per permettere a qualcun altro lo ‘svago’ di vivere altre esperienze, altre vite. La vita come lavoro. Il corpo di un altro come strumento per vivere la vita. La vita vera è oggi troppo complicata, troppo pericolosa per rischiare. meglio vivere l’esperienza di un altro, vissuta dall’interno. Non è l’idea delle immagini direttamente nel cervello (Brainstorm, Atto di forza, La morte in diretta, ecc…), ma la sua assoluta quotidianità, di droga ‘leggera’ a farne un evento. Eppure Lenny e Mace si sbattono per tutto il film in una vita ‘vera’ a caccia di persone ‘vere’ che hanno lasciato messaggi da vivere ‘dentro’ di loro. Davvero la comunicazione si è fatta complessa…. dov’è più il ‘vero reale’?

 

Forse dappertutto, forse in nessun luogo. Kathryn Bigelow fa un film di un realismo sociale sconcertante (altro che Blade Runner! – film peraltro legato a questo da una comune ossessione sul ‘ricordo’, innestati nel film di Scott, difficilmente cancellabili, anzi continuamente ‘rivivibili’ nei dischetti di Lenny nel film della Bigelow – in Strange Days la rappresentazione delle violenze per le strade della città sembrano le immagini della rivolta di Los Angeles di quattro anni fa!) e contemporaneamente di un romanticismo shockante.  Perché alla fine di questa lunga estenuante corsa, dopo che tutto è accaduto e che Lenny e Mace hanno dovuto provare e vedere di tutto, il finale apre spiragli ‘necessari’. E’ necessario continuare a sperare. E’ obbligatorio volersi, doversi permettere un futuro diverso. Dove i militari abbracciano le loro ragazze allo scoccare della mezzanotte, e Lenny può tornare indietro (o andare avanti) dalle sue ossessioni, uscire dall’incubo dei ricordi, e meritarsi definitivamente un altro straordinario, imperdibile, imprevedibile amore (perché, e scusate la mia di ossessione, che presto spiegheremo meglio, tutto il cinema più bello del mondo è, oggi, mèlo).

 

 

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…il corpo vivente sarà diventato una specie di involucro regalo e il corpo morto un semplice involucro perduto?>> (Paul Virilio)

 

 

 

 

da “Cineforum” 1996

 

 

 

 

STRANGE DAYS

 

Regia: Kathryn Bigelow

 

Interpreti: Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis, Tom Sizemore, Michael Wincott, Vincent D’Onofrio

 

Distribuzione: Twentieht Century Fox e Artisti Associati

 

Produzione: James Cameron e Steve-Charles Jaffe per Lightstorm Entertainment

 

Durata: 145′ minuti