Surviving R. Kelly e gli scandali sessuali del rapper americano

That’s a Wild Wild Country. Se c’è una cosa che si dovrebbe aver capito da serie come quella disponibile su Netflix è che il prolificarsi di sette di qualsiasi tipo negli Stati Uniti è questione di lunga data, che va ben oltre l’affaire John Travolta e Scientology.

Ma cosa accadrebbe se al posto del guru Bhagwan Shree Rajneesh (AKA Osho) a rinchiudere giovanissime donne in una casa fosse R. Kelly? Domanda non troppo ipotetica, visto che è accaduto veramente.

Sì, proprio lui, quello che cantava «I believe I can fly/I believe I can touch the sky», convince da ormai un decennio fanciulle di ogni età a vivere in una casa di sua proprietà in Georgia. E ne abusa, in una sorta di gestione rituale di ogni attività quotidiana di queste donne simile a quella di un vero e proprio “culto”.
Certo, la distanza tra Stati Uniti ed Europa è tanta e c’è sempre il rischio che qualche informazione su certi personaggi dello star system americano possa perdersi per strada.
Rischio sempre più raro ai tempi dello streaming. Così anche un cantante che negli anni ’90 era considerato lo specchio dell’innocenza, col nuovo millennio di cose da spiegare ne ha iniziato ad avere qualcuna. Si comincia con una condanna per aggressione da parte della ex moglie – che di recente ha raccontato in tv quel periodo – e si passa per un sextape in cui il cantante R&B aveva dei presunti rapporti con una minorenne (fatto da cui verrà assolto nel 2008).

L’onda lunga del caso Weinstein, che ha portato attenzione mediatica su abusi sessuali in tutto il mondo, ha gettato sospetti anche su personaggi oltre i red carpet hollywoodiani.
In un clima del genere, amplificato anche dal giustizialismo social, era difficile non pizzicare le malefatte di uno alla R. Kelly. Sulla pay-tv americana Lifetime esce allora una serie di documentari sconcertante, dal titolo Surviving R. Kelly, in cui alcune sopravvissute parlano della loro esperienza nella casa del rapper e degli abusi ricevuti.

 

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Intorno all’artista di Chicago si è scatenato immediatamente il caos. E tra chi negli anni collaborò musicalmente con lui, la prima a prenderne le distanze è stata Lady Gaga, con cui R. Kelly aveva realizzato la hit Do What U Want (Whit My Body).

In un recente tweet la stella di A star is born ha immediatamente condannato la questione, sottolineando il fatto che da vittima d’abusi non poteva che essere solidale con le donne comparse a testimoniare in video.

Il tweet di Gaga

La portata dello scandalo è tale che dopo la messa in onda degli episodi la polizia ha ufficialmente iniziato delle indagini che chiariscano quanto sia effettiva la volontà delle donne di vivere in casa Kelly.
Andando oltre le storie dei sopravvissuti, c’è però da registrare l’ennesimo caso di interferenza tra l’immaginario dell’entertainment e il dietro le quinte, la figura pubblica e il ribaltamento domestico (occhio ad esempio alla cover dell’album The Buffet, 2015). Succede più o meno dai tempi di Waldo in Black Mirror e nell’ultimo periodo la contaminazione tra lo schermo e vita reale ritorna sempre più insistente e, spesso, predittiva. E infatti le indagini ripartono all’indomani della prima tv del documentario.

Come andrà a finire questa storia non è possibile saperlo, e a marzo lo scopriremo con la messa in onda italiana dei 6 episodi, sul canale Crime+Investigation (Sky, 119). Di certo però, nel rileggere certi testi di R. Kelly o nel rivedere performance come quella dove lui e Lady Gaga si esibiscono per sensibilizzare gli spettatori su questioni come il mobbing e la violenza sessuale, qualche brivido sale lungo la schiena…

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