#TFF41. Cala il sipario sull’ultima edizione diretta da Steve Della Casa

Il nostro bilancio su questa edizione, l’ultima diretta da Steve Della Casa. In attesa del nuovo corso i film che ci sono paciuti e quelli che non chi hanno convinto.

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Con la vittoria dell’ucraino La palisiada di Philip Sotnychenko si è concluso il 41° Torino Film Festival che già, negli anni ’80, era nato sotto le insegne di un cinema fatto di giovanile linfa cinematografica.  Era l’anno 1982 con la doppia direzione di Gianni Rondolino e Ansano Giannarelli che avevano inventato il festival con l’offerta di uno spazio agli esordienti di quel vasto mondo di filmmaker e autori nascenti che lavoravano ai margini dell’industria cinematografica.
Molta acqua ha fatto scorrere il Po sotto i ponti della città, tanta quanta altrettanti mutamenti sono intervenuti in 41 anni in questo festival dal carattere così preciso e definito da diventare un punto di riferimento – insieme a quello di Pesaro – per una catartica immersione in un altro cinema, in un’altra dimensione autoriale.
L’affermarsi di questo carattere “alternativo” ha accompagnato le evoluzioni del Festival torinese, che con fasi alterne non ha mai tradito la sua natura, legandosi progressivamente, sempre più al Museo del Cinema.

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Cosa è stata, dunque, l’edizione numero 41 del Torino Film Festival a cui è accorso un pubblico davvero numeroso? Le strutture delle sezioni sono rimaste più o meno uguali a quelle degli anni passati: concorso lungometraggi, documentari italiani e internazionali, Torino film lab e l’innesto della sezione Crazies caratterizzata da quel cinema al confine tra horror e fantastico, e ancora una retrospettiva di nuovo cinema argentino e, quasi simbolicamente, la retrospettiva su Sergio Citti cantore malinconico di un’epoca e di persone sul limite di un oblio definitivo.

Rispetto ad un passato non troppo indietro nel tempo, al Torino Film Festival la sezione Onde, sezione sorprendente e coraggiosa che ha fatto conoscere in Italia autori come Mariano Llinas o Eugene Green e una schiera di giovani registi italiani indipendenti che hanno confermato il loro talento, è stata sostituita da Nuovi mondi, che pur conservando alcune caratteristiche di sguardo verso un cinema indipendente, svolge un altro ruolo che è quello di guardare con una panoramica più generale al cinema invisibile, rispetto a
quella sezione che aveva, invece, profili più monografici.

È così che, in quella progressione aritmetica e non geometrica, per fortuna, il festival ha trovato una dimensione più normale, con un residuo di trasversalità dello sguardo che costituisce l’eredità dissipata di quel passato divenuta storia del festival. Ne ha risentito negli anni anche il Concorso dei Lungometraggi, bene o male, la sezione di punta di ogni festival competitivo che in qualche edizione è risultato solo accettabile, senza punte di vera originalità consona ai caratteri del festival.

Anche quest’anno per la sezione principale le cose sono andate secondo la media degli anni appena trascorsi. Se a vincere è stato il parzialmente oscuro il film ucraino La palisiada, altri film meritavano una maggiore attenzione diventando, come accade sempre in casi del genere, i grandi esclusi da ogni palmares. Due i film vittime di una inspiegabile disattenzione da parte della giuria (Lyda Patitucci, Clément Rauger, Martin Rejtman, Elisabetta Sgarbi e Angel Sala) il russo Grace di Ilya Povolotsky e il coreano Birth della regista Jiyoung Yoo. Due opere solide, in linea con le illustri tradizioni dei rispettivi Paese d’origine, ma evidentemente non capaci, nonostante la forza espressiva differente e per questo più preziosa, di bucare l’interesse dei giurati. Ignorati anche, almeno parzialmente, il drammatico Le ravissement di Iris Kaltenback, nonché l’onirico esperimento rievocativo di Chloé Leriche Soleils Atikamekw. Meno di rilievo gli altri titoli che a volte soffrivano di una rimasticatura di qualcosa di già visto, pur nella buona confezione complessiva del racconto, come Non riattaccare di Manfredi Lucibello, oppure di una diluizione eccessiva del racconto pur nell’ottima qualità della mano registica della giovane regista Isabella Eklöf in Kalak. In altri casi la minima qualità del racconto ci fa domandare perché il film sia stato selezionato nel concorso e ancora di più, come nel caso di Linda veut du poulet di Chiara Malta e Sébastian Laudenbach, perché si sia giunti ad assegnare il premio alla sceneggiatura non avendo il film alcun particolare merito di scrittura, né brillando per originalità. Camping du Lac di Éléonore Saintagnan che vive su atmosfere rarefatte e lievemente assurde, sulle tracce della poetica di Iosseliani, è forse un germoglio ancora troppo tenero. Lo stesso si dica per Arturo a los 30 dell’esordiente Martín Shanly che con una storia in parte autobiografica nella quale mantiene per sé il ruolo di protagonista, non riesce a centrare l’obiettivo del divertimento, né quello dell’approfondimento psicologico dei personaggi. Non è molto, ma è già un risultato. Mandoob di Ali Kalthami è una buona prova, ma su strutture di genere consolidate non sempre rendono il film avvincente.

Segnali positivi arrivano dalla sezione dei documentari. Per adesso due certezze nella sezione dedicate agli italiani, il film di Mauro Santini Le belle estati che, complice gli scritti di Pavese, conferma la sua natura di attento interprete di una realtà minima ma densa di piccoli avvenimenti che spetta al suo cinema svelare e l’invenzione dell’ibrido narrativo di Riccardo Giacconi che con il suo Giganti rosse ci sorprende felicemente. Punte alte nella proposta argentina – presente in forze in questa edizione – nella quale si distinguono Clorindo Testa di Mariano Llinas, ironico e autobiografico biopic sull’architetto brutalista argentino, menzione speciale della giuria dei documentari e Los delincuentes di Rodrigo Moreno.
Finisce così il TorinoFF41, forse un lungo ciclo, in attesa della nuova direzione di Giulio Base. Non resta che attendere e sperare nella continuità di una solida tradizione.

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