The Elevator, di Massimo Coglitore

A New York, durante il weekend del labour day, la città si svuota. In un lussuoso e alto palazzo, altrettanto semi-vuoto per il fine settimana festivo, Jack Tramell, 50 anni, single, presentatore di un quiz show molto popolare negli Stati Uniti, viene preso di mira da Katherine. La donna, a lui sconosciuta, blocca infatti l’ascensore in cui si trovano entrambi, lo lega e avvia un gioco sadico fondato proprio sul quiz che lui presenta. La differenza è che nel suo caso ad ogni risposta sbagliata corrisponderà un’atroce tortura.
Massimo Coglitore, insieme allo script firmato a quattro mani da Mauro Graiani Riccardo Irrera, decide di adottare un particolare schema narrativo utilizzato da tanti altri predecessori del genere di riferimento, quello dell’ambientazione in unica location, ossia l’Elevator del titolo. Diventa chiave, in questo senso, tanto la scelta di girare direttamente a New York, per dare credibilità a un grattacielo altissimo però vuoto per via di una delle feste tipicamente statunitensi, tanto quella degli attori protagonisti, coloro che data l’impostazione “a due” della pellicola sono chiamati a reggere, letteralmente, l’intero impianto.

Uno, Jack, è interpretato da James Parks, volto caro a Quentin Tarantino (appare in Kill Bill, Grindhouse, Django Unchained The Hateful Eight), che ha il complesso compito di rendere vivida e vera la sofferenza subita per tutta la pellicola e, di conseguenza, far immedesimare lo spettatore. Parks supera decisamente la prova, reggendo i tanti primi piani che gli riserva Coglitore, puntando sul minimalismo delle espressioni, piuttosto che sull’esibizione del dolore tipica del genere horror (aiutato, forse, dal fatto che nel corso delle riprese è dovuto davvero restare appeso per ore all’imbracatura che lo imprigiona nel film). Il background del suo personaggio è poi la rappresentazione della doppia natura su cui si gioca la dialettica interna della pellicola, sia nella componente visiva che umana. Detto del confronto continuo tra il quiz televisivo e quello perverso, ovvero tra il Jack sicuro di sé davanti alle telecamere e quello completamente perso e impotente nell’ascensore, è quello che c’è sotto il vero fulcro della storia. Più The Elevator va avanti, infatti, più vengono fuori dettagli della vita del presentatore, che si rivelerà man mano sia vittima che carnefice allo stesso tempo. Ricco, famoso e cinico all’apparenza, ma nel profondo anche arrogante e disposto a qualsiasi cosa pur di mantenere il suo status sociale e, soprattutto, la sua sopravvivenza.

L’altro ago della bilancia della pellicola è naturalmente Katherine, una Caroline Goodall alla prova probabilmente più insolita della sua lunga carriera, iniziata nel 1991 come indimenticabile moglie di Peter Banning in Hook. A lei tocca, quindi, il ruolo dello squilibrato torturatore, che interpreta (in questo caso sì) sfoggiando tutto il repertorio tradizionale fatto di risate folli e frasi deliranti. O almeno, questo nella prima parte. Esattamente come per Jack, infatti, anche il suo personaggio nasconde insospettabili retroscena. Ed è qui che la prestazione della Goodall si eleva incommensurabile, nel suo passare, con assoluta credibilità, dalla follia alla disperazione, dalla più insensata crudeltà alla più fragile sensibilità. Con lei la doppia natura di The Elevator si fa emotiva, più che etica, e sono le sue reazioni e i suoi gesti che scandiscono il ritmo e i registri stilistici del film, che evolvono e si trasformano insieme a lei. Dalla tortura sadica e gratuita alla Hostel si arriva a quella regolata dal contrappasso alla Sawfino a quella reale e umana dominata dalla vendetta personale.

In questo scorrere tra una rivelazione dietro l’altra, si consuma allora un intenso scontro sociale e morale, rappresentazione di come sentimenti come la paura da una parte e la perdita di un caro tra l’altro possono portare l’essere umano a compiere azioni riprovevoli. Tutte caratteristiche che fanno di The Elevator un prodotto dichiaratamente ambizioso e meritevole d’attenzione. Se non fosse, però, che tale aspirazione non riesce ad essere opportunamente supportata ora dall’apparato tecnico, tra cui un montaggio a tratti eccessivamente macchinoso, ora dai dialoghi, non sempre brillanti e verosimili. Pecche pesanti che finiscono col rendere la discesa dell’ascensore più precipitosa e sfiancante di quella che poteva essere.

Regia: Massimo Coglitore 
Interpreti: James Parks, Caroline Goodall, Burt Young, Katia Greco, Niccolò Senni, Sara Lazzaro, Gianfranco Terrin, Katie McGovern, Daniel Mba
Distribuzione: Europictures 
Durata: 89′
Origine: Italia, 2013

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *