The Exam, di Shawkat Amin Korki

Cinema informativo, didattico, educativo e dimostrativo che supera la prova, sfruttando adeguatamente la suspense della cronaca. Dal Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

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All’uscita dalla sala un’amica sottolineava, dimostrando la sua soddisfazione per quanto aveva visto: “Non per nulla era a Karlovi Vary” e, in effetti quel festival, oggi ceco, continua a costituire una garanzia per un cinema che sappia coniugare la costante qualità con il solito pregio di allargare i confini dello sguardo dello spettatore che sappia essere curioso. Anche The Exam del regista curdo Shawkat Amin Korki non si sottrae a questa regola, regalando al Festival di Milano un’opera misurata e drammatica che sa anche spiazzare le attese in una ricerca dentro ad un reale nel quale sa anche riflettersi, secondo gli insegnamenti del cinema di quelle aree non più Europa e non ancora del tutto Asia.
Shawkat Amin Korki, regista curdo iracheno è stato anche dedito all’attività documentaristica e qui sperimenta, invece, un film di fiction nel quale però è del tutto evidente di quanto il taglio del suo sguardo si sia formato su quel genere più prettamente di indagine, più specificamente attento e sensibile nel cogliere le criticità sociali e gli effetti della sollecitazione dei nervi scoperti di un corpo collettivo insistentemente legato ad un passato che si rivela sempre più inattuale. Non è poi da sottovalutare il nascere e il crescere di un cinema curdo – questo insieme a Neighbours di Mano Khalil è l’altro film curdo del festival – che deve necessariamente attingere per le sue narrazioni ai determinanti fatti del proprio passato e del proprio presente per una nazione senza terra e per un popolo frastagliato da una diaspora inesauribile, ma legati dalle forti e tramandate tradizioni.
È secondo queste prospettive che The Exam assume la forma del racconto a metà tra quello morale e quello più puramente narrativo adottando una suspence che sembra connaturata al racconto mediorientale, restando comunque sempre viva l’ottica attraverso la quale il racconto diventa una inevitabile critica verso quelle tradizioni e quei comportamenti che perpetuano leggi ormai fuori tempo, antiche forme di patriarcato o comunque di dominazione maschile sulla donna.
Siamo nel Kurdistan iracheno e The Exam racconta la vicenda di Shilan e Rojin, due sorelle il cui legame si è rafforzato dopo la morte della madre e il tentativo di suicidio della seconda che dopo essere stata abbandonata dal ragazzo che amava e che in realtà pare sia scomparso, è caduta in depressione che l’ha spinta al gesto estremo. Rojin per evitare di sposarsi deve superare gli esami che le consentiranno di accedere all’Università. Ma la sua depressione non l’aiuta nello studio e Shilan prova ad aiutarla combinandole un accordo con un ingegnere traffichino che ha ordito, con un suo sodale, una complicata trama per consentire a persone impreparate come Rojin di ottenere le risposte per superare la difficile prova scolastica. Tutto, all’inizio, sembra filare per il meglio, ma l’imprevisto scombina i piani. Intanto Shilan deve fare anche i conti con il suo rapporto coniugale deteriorato dal marito sospettoso e maschilista. Il racconto si fa drammatico e l’ambiguo finale nasconde una tragedia più grande.
È inevitabile, nel riflettere sul film presentato nella sezione principale del Festival di Milano, non pensare costantemente a quel cinema iraniano e di quell’area geografica più in generale, la cui forte matrice culturale è divenuta quasi un format immodificabile per ogni opera cinematografica dell’area geografica. Un cinema che non sembra volersi discostare da un realismo radicale costituendo forse questo e alla lunga un evidente vulnus. È anche vero, però, che per fare correttamente i conti con questo tema è necessario prendere in considerazione almeno due questioni. La prima è quella della necessità di questi autori di mostrare – e il cinema glielo permette largamente – le già citate debolezze strutturali e i drammi di quelle società nelle quali ancora i temi della violenza domestica e della sottomissione femminile appaiono insopportabili e per i quali, pertanto, si prova, anche con il cinema, a formare una massa critica che possa servire a smuovere le acque sperando nel graduale cambiamento; l’altra è che questi registi, questi film, sanno raccontare molto bene le emozioni di una realtà viva, con punte di vera eccellenza, e altrove non sempre è così.
Anche Shawkat Amin Korki si lega a questa schiera di autori e il suo The Exam non si discosta dalle regole generali: indagine puntuale e mirata sulle antiquate strutture sociali che escludono la donna da quella catena decisionale che coinvolge la propria stessa vita, si aggiunga la assai discutibile regola della indispensabilità del matrimonio, in assenza di istruzione che induce a tacere per evitare ogni superfluo commento. Ma il film di Amin Korki sa anche intessere una trama che non sembra lasciare spazi vuoti, disegnando, nel suo scorrere, il profilo dei personaggi con un crescendo e una nettezza disarmanti. Un procedere che resta, come si diceva, sospeso tra il thriller e il dramma sociale quotidiano in una felice commistione, che riflette una comune e vissuta quotidianità. The Exam conferma dunque la capacità di condurre una indagine chirurgica su un invisibile quotidiano sapendo tenere il proprio spettatore con il fiato sospeso, senza però disattendere le premesse sulle quali si sviluppano quelle dinamiche sociali.
Dinamiche che si articolano anche attraverso una consuetudine verso le forme più variegate di una corruzione che domina le segrete trame sotterranee e la metafora (non si sa se voluta o meno) si fa esplicita nel collocare il quartier generale dell’ineffabile ingegnere imbroglione nel sotterraneo del suo palazzo al rustico, emblema ulteriore di una colpevole immobilità contro ogni mutamento. Una corruzione che trova come unico oppositore l’integro Jamal che per questo appare quasi come un fastidioso personaggio che ostacola il regolare corso delle cose.
È con queste frecce al proprio arco che anche The Exam supera la prova riaffermando, ancora una volta, l’intento non troppo segreto di questo cinema che sa adeguatamente sfruttare la cronaca, perfino spicciola, per i propri scopi informativi, didattici, educativi e dimostrativi di ciò che non deve essere e che, invece, per deduzione a contrario, è.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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